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Full text of "Bollettini ECN Milano"

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ECN MILANO 

Giornale telematico per l'autonomia in rete 


Maggio 1993/4 


Spaiale Carcere 





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CONTENUTI 


1 Sull’amnistia 

Dicembre 1992, Regina Coeli, Rebibbia 
4 Per il 12 dicembre 

Dicembre 1992, Regian Coeli, Rebibbia 
7 La “campana” non addomesticata 
dal carcere speciale di Voghera 
10 Lettere dal carcere 

Costantino Pirisi, Voghera 19 gennaio ’93 
Salvatore Cirinciano, San Vittore 26 gennaio ’93 

12 Roma, 15 febbraio ’93 

Commissione fuori dal carcere 

13 Marco Camenisch (Martino) 

15 Lettere dal carcere 

Francesco Piccioni 
Massimo Domenichini 
Luciano Bonafini 
Teresa Romeo 
Luciano Farina 
Marco Camenisch 

28 dalla Rote Armee Fraction 

Sulla situazione della sinistra in RFT ed in Europa 
30 Fuori da Santa Maria Maggiore 

Venezia, CSA Morion 

30 Ancora repressione per 6 compagne detenute 
32 Sciopero dei detenuti al carcere 2 Palazzi di Padova 

32 Situazione nel carcere Marassi di Genova 

33 Manifestazione al carcere 2 Palazzi di Padova 

35 Tutti i colori dell’emergenza 

Regina Coeli, Rebibbia 

45 La deportazione del proletariato prigioniero sardo continua 

Costantino Pirisi 


ecn milano - f.i.p. mi leoncavallo 22 , 28 maggio 1993 





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Sulramnistia 


Cari compagni e compagne, 

cercheremo di usare poca retorica e molta concretezza. 
Di liberazione dei prigionieri politici, nel nostro paese, 
si discute da almeno sei anni. In tutto questo periodo 
il dibattito ha conosciuto fasi alterne, innalzandosi a 
tratti per poi “sgonfiarsi” e illanguidire lungo interi 
momenti politici. E’ parso talora di essere prossimi alla 
soluzione del problema, e talaltra di non poter 
intravedere il minimo spiraglio. In generale, tuttavia, 
fra chi si adoperava a suscitare attenzione intorno alla 
questione della detenzione politica, sono emersi e si 
sono confrontati due atteggiamenti di fondo. E’ 
interessante rammentarne le caratteristiche non tanto 
e non solo a fini di cronaca, quanto in rapporto alla 
situazione attuale, e al lavoro dei compagni che, 
all'estero, credono e vogliono impegnarsi nel discorso 
dell’amnistia. 

La prima posizione ha sempre privilegiato una 
pressione di carattere istituzionale, puntando alla 
costruzione di uno schieramento parlamentare 
consenziente ad una legge in favore dei prigionieri 
politici. Coerentemente con ciò, questi ambienti si 
sono occupati poco, e diciamo pure pochissimo, di 
coinvolgere le realtà sociali della sinistra, in qualcosa 
che assomigliasse ad una battaglia. Le motivazioni di 
una legge di amnistia-indulto venivano indicate in un 
rosario di argomenti il più possibile accettabile dalle 
forze di governo. E lo stesso problema di una 
ricostruzione e di un giudizio storico sugli anni 70, 
veniva demandato ad un imprecisato domani, onde 
non urtare la suscettibilità di un mondo politico che, 
dello “scaricabarile” sulle BR e sulla lotta armata, 
aveva ed ha fatto un pilastro della sua “sistemazione” 


del passato recente italiano. 

Per parte sua, la seconda posizione non negava 
affatto la dimensione istituzionale del problema. Non 
essendo alle porte alcuna rivoluzione, e nemmeno 
una morigerata alternativa di sinistra, si dava per 
assodato che l’unico modo di tirar fuori i prigionieri 
dalle galere, era quello di mettere il parlamento in 
condizioni, e in qualche modo nell’”obbligo morale", di 
votare un provvedimento di riduzione delle pene 
comminate attraverso la legislazione speciale. Il punto 
che perciò divideva non era il cosa, ma il come. Come 
spingere un parlamento sordo ad esigenze popolari 
ben più rappresentative di quelle di 2-300 prigionieri, 
sino al punto di votare una legge che liberasse gli 
“ostaggi” degli anni 70? In che modo riuscire a 
superare la barriera reazionaria del "Blocco 
dell'emergenza”, e l’opposizione feroce di tutti coloro 
i quali, dal mantenimento deH'armamentario repressivo 
costruito negli anni 70, avevano ed hanno qualcosa 
da guadagnare? Questi ambienti suggerivano di 
puntare sulla pressione sociale. Ritenevano che 
soltanto attraverso la costruzione diunaforzaediun 
retroterra di sinistra favorevole alla liberazione dei 
prigionieri politici, la “nave” dell’amnistia potesse 
entrare nel '’porto"dellalegge parlamentare, superando 
gli scogli e i flutti di una situazione politica generale 
niente affatto favorevole a iniziative distampo libertario. 
Il periodo che va dall’inizio di questo dibattito ad oggi, 
si è incaricato di mettere in luce qualche dato 
incontrovertibile. Intanto si è visto che niente e nessuno, 
nessuna "moderazione” e nessuna acquiescienza 
(nemmeno da parte dei prigionieri stessi), è servita a 
trasformare l’atteggiamento di chiusura e di arroganza 


Maggio 1993 


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ecn milano 


del mondo politico. Solo qualche rara mosca bianca, 
nel Palazzo, ha accettato di affrontare il tema della 
“soluzionepolitica” mettendo in discussione l'immagine 
consolidata degli anni 70. Il resto delle forze e dei 
soggetti (a parole) disponibili a discutere della 
questione, si è sempre guardato bene dal modificare 
una virgola della propria posizione. Anzi, nel corso di 
questi anni, a momenti in cui la sinistra ufficiale 
dichiarava la propria benevola intenzione di “far 
qualcosa” periprigionieri politici, si alternavano periodi 
caratterizzati da una vera e propria vertigine 
dietrologica, da un impegno furibondo, proprio da 
parte di “quella” sinistra, teso a dimostrare che i 
brigatisti erano stati age nti dei servizi seg reti, prezzolati 
al fine di impedire la ascesa del PCI al governo del 
paese. Questo dato quasi grottesco aiuta a capire 
perchè, ogni qualvolta il farsi carico della “soluzione 
politica” comportava occcasioni di f rizio ne con le forze 
moderate e reazionarie, la sinistra lasciava cadere la 
discussione infischiandosene bellamente delle 
promesse fatte, e dei buoni propositi dichiarati in 
pompa magna in ossequio al nuovo profilo “liberal” e 
post comiunista. E così si spiega anche il motivo dei 
ripetuti fallimenti della "via istituzionale” alla liberazione 
dei prigionieri politici, che per quanto si compiacesse 
di presentarsi come l’approccio “più realistico" al 
problema, finiva per dimostrarsi certamente la “più 
moderata”, ma anche quella fondata sul maggior 
numero di “illlusionì". 

Avrete già capito che, quanto a noi, eravamo 
decisamente schierati afavoredellapressione esterna 
al Palazzo e dello sviluppodi una mobilitazione sociale 
che, partendo dalla "verità" sugli anni 70, su essa 
costruisse la “forza” necessaria ad “obbligare” il 
parlamento ad occuparsi del problema. Purtroppo 
questa posizioneè risultata per molto tempo minoritaria. 
Se non minoritaria in quello che si dice “movimento”, 
certamente poco nota e isolata negli ambienti 
parlamentari della sinistra, in quelli del giornalismo 
democratico, fra il mondo degli intellettuali e in quello 
dell’impegno garantista. Solo molto lentamente, 
qualcuno ha iniziato ad ìnterrrogarsi più a fondo sulle 
ddimensioni reali della questione. Passo passo è 
cresciuta una coscienza dell'inevitabile "elemento 
conflittuale” implicito in questa battaglia, ed è iniziata 
afarsi sentire più forte la voce della sinistrea radicale. 
Questi, crediamo, sono gli antecedenti che è bene 
porre in evidenzase si vuole rilanciare una mobilitazione 
di massa a favore dell’amnistia. E non è tutto. E' 
indispensabile infatti mettere a fuoco un altro dato 
cruciale: la divisione sul “come" (sul come giungere 
alla “soluzione politica") hasemprerlschiatoecontinua 
tuttora a rischiare di scaricarsi sul “cosa”de!lafaccenda. 
Una legge uguale per tutti, senza discriminazioni 
ideologiche o di periodi temporali, se è detto da ogni 
parte. Ma in realtà, poiché il mondo politico è tuttaltro 


che intenzionato a raccogliere senza riserve una 
impostazione simile, molto dipende dalla coerenza e 
diciamo pure dalla ostinazione con cui si tiene su 
questa “linea del Piave". E qui casca l’asino. Chi ha 
detto, infatti, che, a forza di cedere e concedere su 
questo e su quello, a forza di mostrare "realismo" e 
"comprensione” per le mille ubbie del parlamento, non 
si arrivi a franare proprio sul terreno essenziale 
dell’uguaglianza per tutti i prigionieri politici? La 
questione è delle più serie e delicate. E per questo è 
doppiamente necessario rilanciare, come voi state 
tentando di fare, un dibattito di “massa” sugli anni 70 
e una pressione di "base” a favore dell’amnistia. 

******************************* 

Ma una battaglia per l’amnistia ha bisogno di un 
inquadramento generale e di una intelaiatura storico- 
politica cui fare riferimento. Quali sono, allora, e sia 
pure in termini inevitabilmente schematici, questi 
elementi di supporto essenziali? 

1 .Senza dubbio il primo punto riguarda la battaglia di 
“verità". Amnistia è battaglia di verità sugli anni 70 si 
richiamano avicenda, e non possono stare unasenza 
l'altra. E' illusorio pensare che un mondo politico il 
quale, nella coscienza comune della gente, ha fatto a 
pezzi il senso logico e storico degli avvenimenti degli 
anni 70, prenda atto spontaneamente che i prigionieri 
di quello scontro debbano essere liberati. Sotto la 
categoriadi“terrorismo”sisonoinfatticonfusifenomeni 
quanto mai diversi fra loro, come la lotta armata di 
sinistra e le stragi dell’estrema destra. Inoltre, 
sull’attività dell’opposizione armata si è sovraffollata 
unatalequantitàdifalse immagini (dalle BR "strumento 
della CIA” alle ricostruzioni tese a sminuire il 
radicamento sociale del fenomeno), eh e solo attraverso 
una lotta“sulla” storia e “per” la storiadiventa possibile 
costruire le basi di consenso per un provvedimento 
spinoso quale l’amnistia. Stando così le cose, occorre 
lottare anche contro l’idea che l'esperienza dei 
movimenti armati di sinistra degli anni 70 rientri a vario 
titolo nel capitolo dei “misteri d’Italia”. Anzi, finché la 
battaglia per l'amnistia non sarà una "unica cosa” con 
la battaglia per la verità sulle stragi dì Stato, avremo 
un fianco scoperto, e non dei minori, sul quale si 
appunterà regolarmente l’attenzione ipocrita della 
task force dei "dietrologi”. 

2. La battaglia per la liberazione dei prigionieri politici 
può e deve essere un momento di una “più generale” 
lotta per l’allargamento degli spazi politici nel nostro 
paese, e per ladifesadelle libertà individuali e collettive. 
L'errore che infatti spesso si commette, è quello di 
considerare emergenza degli anni 70 una sorta di 
“residuo” che solo l’ostinazione di un ceto politico 
vendicativo impedirebbe di eliminare. Purtroppo c’è 
qualcosadi più. La“vecchia” emergenza è stata presa 


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Spedale Carcere 



ecn miiano 


in qualche modo a modello perun’operazione disegno 
molto più vasto, e orientata a "disciplinare" il sociale 
secondo criteri autoritari e liberticidi. La tendenza si è 
vista in opera specialmente dalla seconda metà degli 
anni '80 in poi, dacché le varie contraddizioni sociali 
sono state affrontate a suon di leggi costrittive e di 
articoli di codice penale. Legge suH’immigrazione, 
leggesullatossicodipendenza, limitazione del diritto di 
sciopero, questione meridionale ridotta a problemadi 
ordine pubblico: ecco alcuni esempi paradigmatici 
deH’orientamento. Ed ecco perchè, se da un lato la 
“vecchia" emergenza costituisce il nocciolo duro 
“genetico” e “simbolico” della “nuova" emergenza 
dilatata al sociale, la battaglia per l’amnistia deve 
costruire punti di contatto e di lotta comuni con tutti i 
soggetti e le forze che, sul terreno dell’opposizione 
aH’autoritarismo, sì muovono a vario titolo nel paese. 

3. Nella battaglia per l'aminstia il "futuro” è molto più 
presente e implicato di quanto immediatamente non si 
pensi. Lo è perchè, dato lo “Spirito del tempo” in cui ci 
troviamo a vivere, l'uso politico della storia, e il modo 
concreto di ricostruire gli avvenimenti del passato, 
pesano in modo determinante nello stabilire i “confini" 
e le colonne d'Èrcole degli immaginari di trasformazione 
del domani. Da questo punto di vista, lottare per la 
liberazione dei prigionieri politici significa anche 
rivendicare il diritto ad analizzare la storia dei tentativi 
rivoluzionari in piena libertà di giudizio e senza ricatti 
emotivi o, peggio, giuridici. Analizzare una storia e 
delle esperienze politiche, ben inteso, vuol dire anche 
evidenziarne i limiti e le contraddizioni. Ma altro è 
esercitare questo diritto/dovere in modo costruttivo e 
con l'obiettivodi rafforzare le "chances"ditrsformazione 
delfuturo. Altro è farne mercato ideologicoavantaggio 
della borghesia, avvalorando lo stereotipo degli anni 
'70 come periodo di disordine ed esperienze 
fallimentari, e accodandosi al clima culturale prevalente, 
che vorrebbe morta e sepolta ogni speranza di 
cambiamento radicale dell'esistente. Amnistia, dunque, 
come lottadi altissimo valore culturale. Amnistia come 
battaglia per difendere il diritto di tutti e di ciascuno a 
rileggere il passato infunzione delfuturo, senza vìncoli 
ideologici prestabiliti dagli interessi del potere. 

4. L’amnistia richiama anche fortemente il concetto di 
“uguaglianza”. L’amnistia è pertuttio per nessuno. E' 
una lotta, e un percorso politico e legislativo, che 
garantisce dalle discriminazioni, dalle selezioni 
ideologiche, e da quei trattamenti individualizzati che 
isolano il detenuto politico, lasciandolo “solo”contro lo 
strapotere ideologico e materiale dello “stato vincitore”. 
Questa caratteristica apparentemente “elementare” 
del discorso, è invece un dato prezioso e significativo 
specialmente in tempi di individualismo ed “egoismo 
diffuso" quali i presenti. Insistere sul fatto che ad 
essere necessario è un provvedimento legislativo 
uguale per tutti (detenuti, esuli, ecc.) e “niente di 


meno”, rappresenta un pre-requisito fondamentale di 
qualsiasi battaglia veramente libertaria. Tanto più 
questo è vero, se pensiamo che, sui prigionieri politici, 
il meccanismo di scambio fondato sul rapporto tra 
privilegi e ammorbidimento delle posizioni politiche 
(un meccanismo avviato ai tempi della legge sulla 
dissociazione) non è mai veramente cessato, 
generando guasti edivisionifin dentro le poche dozzine 
di detenuti rimasti ormai in carcere in Italia. 

******************************* 

In chiusura, l'unica cosa che riteniamo necessario 
aggiungereèchelabattagliaperl’amnistiaè veramente 
una bella gatta da pelare. Saremmo infatti degli 
inguaribili idealisti, se non ammettessimo che, su 
questo terreno, gli ostacoli e le resistenze da superare 
sono di proporzioni veramnte consistenti. Con tutto 
ciò, la lotta perla liberazione dei prigionieri politici non 
è affatto la classica battaglia-persa-in-partenza. 
Guardiamo il nostro ceto politico: ormai è assodato 
che, nel secondo dopo guerra, esso è stato almeno tre 
volte “extralegale”. “In primis" lo è stato attraverso 
“Gladio"etuttigliapparatic!andestiniche, perenzione 
ed obbiettivi, confliggevano con lo statuto formale 
della nostra Costituzione e col concetto stesso di 
democrazia en generai. Secondariamente lo è stato 
alimentando e controllando il sistema di potere mafioso, 
e quindi promuovendo omicidi e grassazioni di ogni 
genere. In terzo luogo lo è stato attraverso il 
meccanismo delle tangenti e della corruzione diciamo 
così tradizionale, di cui l’inchiesta di Milano ha 
scoperchiato una minima parte del puzzo. Eccola, la 
nostra classe dirigente. E questa accozzaglia di 
oligarchici in sfaldamento vorrebbe tenere i prigionieri 
degli anni 70 all'ergastolo della memoria, e a quello 
dell’acciaio e del cemento armato delle galere! 
Frecce, all’arco del discorso dell’amnistia, non 
mancano di certo. Si tratta allora di essere realisti ma 
non moderati; di costruire alleanze ma, all’occorrenza, 
di saper anche remare controcorrente. Talvolta 
chiedere rìmpossibile” è davvero la cosa più sensata. 
E una storia da riscattare, questa “nostra e vostra” 
storia da riscattare, ci obbliga in qualche modo ad 
essere “sensatamente” coraggiosi. 

PASQUALE ABATANGELO, RENATO 
ARRENI, PAOLO CASSETTA, 
GERALDINA COLOTTI, PROSPERO 
GALLINARI, MAURIZIO LOCUSTA, 
REMO PANCELLI, TERESA SCINICA, 
BRUNO SEGHETTI, SEVERINO 
TURRINI. 

Dicembre, 1992 


Maggio 1993 


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ecn milano 


PER IL 12 DICEMBRE 


Decisamente questo è un anno in cui le 
commemorazioni e le celebrazioni rituali sono fuori 
posto. Fuori posto non perchè sia sbagliato o 
anacronistico rammentare la sequenza di fatti che 
portò alla strage di Piazza Fontana e a tutte le 
conseguenze che, daquel "punto di non ritorno” in poi, 
si produssero nel nostro paese. Fuori posto perchè 
quel 1 2 dicembre, oggi, parla di "noi” in un modo tutto 
particolare. Perchè in un’Europa e in un'Italia in cui 
fascismo e nazismo hanno iniziato a rialzare la testa, 
c'è poco da commemorare e molto da capire e datare. 
Perchè, in breve, se anche è stato detto che a mimare 
le tragedie storiche si finisce sempre in farsa, questa 
è davvero la farsa di cui nessuno avverte il bisogno. 
Nessuno, si capisce, che abbia un minimo di senso 
storico o di intelligenza politica. Ma sono “virtù 
elementari” che iniziano ad apparire preziose, queste. 
Così non può stupire se, di fronte al riaffacciarsi del 
nazismo, la reazione predominante della sinistra è un 
misto di sorpresa e sgomento. Ci si sorprende che in 
questo mondo così “civile", e appena reduce dalla 
cosiddetta "ventatademocratica”deU'89, ricompaiano 
gli istinti animali più bassi e pericolosi del secolo. Si 
esprime il proprio sgomento perii ruolo che Pignoranza" 
eserciterebbe nel fenomeno, alimentando una 
sottocultura giovanile fatta di intolleranza e fanatismo 
ideologico. 

Questa dell’ignoranza è bella. Come se il riapparire 
delle ideologie totalitarie fosse il prodotto di un difetto 
di educazione sociale, e non il “risultato in qualche 
modo inevitabile” di un ben preciso contesto storico e 
materiale. 

Dai guasti del socialismo reale, infatti, si è usciti a 
“destra” con un battage propagandistico che ha fatto 
strame di ogni tradizione operaia e, quindi, antifascista. 
E ci si è usciti in un momento storico in cui, comunque, 
questo nostro continente non poteva sottrarsi 
dall'assalto degli “extracomunitari”, fossero essi 
africani, asiatici, o provenienti aturbe e afrotte proprio 
dai paesi dell’Europa orientale. Se a questo 
aggiungiamo una recessione economica che produce 
disoccupazione nell'insieme del mondo occidentale, 
abbiamo tutti gli ingredienti della frittata. In un contesto 
simile, allora, vagheggiare l’idea di un pianeta in via di 
definitiva pacificazione, ove contraddizioni e problemi 
sarebbero "residui irrazionali” superabili a colpi di 
civilizzazione o di campagne educative molecolari, è 
semplicemente ridicolo. Come è ridicolo prendersela 


con Pignoranza" posando a smorfie di raccapriccio, 
atteggiamento che, oltre ad essere poco utile sul 
terreno pratico, nel caso della lotta antifascista 
contribuisce solo a coltivare illusioni degne di un 
novello “Candide”. 

Questo d'altra parte non significa che un problema di 
battaglia ideologica e culturale non vi sia. Ma proprio 
qui sta il punto. Negli ultimi anni la sinistra ufficiale ha 
lavorato per rendere impossibili proprio le battaglie 
ideologiche più importanti e vitali. Ha depotenziato la 
discriminante antifascista in nome di un malinteso 
"salto epocale" nell’era del post-tutto. Ha sfasciato 
ogni tradizione di militanza in ossequio ai valori del 
“volontariato” e del “partito leggero”. Ha trasformato 
l'antica e insuperata questione dei poteri in quella 
esangue e anestetica dei diritti. Andate allora a parlar 
di diritti alla testa rapata che vi sta per lisciare la 
cuticagna. Non vi ascolterà. E non lo farà non perchè 
è ignorante (cosa, del resto, di cui non dubitiamo 
affatto), ma perchè, guarda un po', l'intolleranza è un 
dato fondante della sua identità. 

Alla faccia della morte della coppia “amico-nemico”. 
Ma “che genre” di avversario va allora contrastato? La 
questione merita di essere analizzata senza 
trascuratezza, anche in virtù di un parallelo con la 
situazione degli anni 70. 

Il degli anni 70 era essenzialmente uno “strumento". 
Uno strumento scoperto dello stato, innanzitutto, che 
ne alimentava l'aspetto platealmente squadristico per 
intimidire i movimenti di massa e le organizzazioni 
della sinistra. Uno strumento dei corpi separati e dei 


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Speciale Carcere 



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servizi segreti, in secondo luogo, che pescavano negli 
ambienti di estrema destra per servire le esigenze più 
sporche e sanguinose della cosiddetta “borghesia 
eversiva”. Destra e estrema destra, in altre parole, 
vivevano solo e in quanto riuscissero a destabilizzare 
il clima politico generale con le stragi, e a intimorire i 
militanti di sinistra con le bastonature, gli assassinii e 
le infinite provocazioni a cui chiunque in quel periodo 
si esponeva, se solo transitava in zona “nera" o aveva 
la sfortuna di frequentare una scuola in cui i fascisti 
predominassero. Per questo i movimenti di massa, e 
specialmente le organizzazioni della “nuova sinistra”, 
furono come “costretti” ad occuparsi del problema, 
promuovendo una pratica costante e multiforme di 
battaglia antifascista. Fu un’esperienza utilissima e 
insostituibile. Ma nello stesso tempo occorre dire che 
non rappresentò mai il problema fondamentale o 
l’occupazione principale dei movimenti di quegli anni. 
Il gioco, per cosi dire, era molto più grosso. E in esso 
i fascisti operavano solo come fattore di sanguinoso 
disturbo, senza per questo essere veri protagonisti 
della lotta per il potere, o reali concorrenti nella 
“conquista” del sociale. 

Oggi lo scenario è totalmente cambiato. Occorre 
prenderne atto non perchè l'antifascismo abbia meno 
senso di allora, ma in quanto va reinventato, rilanciato 
e rifondato, in un contesto in cui la destra èculturalmente 
assai più legittimata che negli anni 70, e socialmente 
molto più alimentata da profondi processi materiali, 
che spesso travalicano gli stessi perimetri nazionali. Si 
prenda ad esempio la questione dell’antisemitismo. 
Ecco un connotato che, solo con molta fatica, si 
riscontrerebbe al centro della pratica politica del 
fascismo degli anni 70. 1 1 fatto che oggi, invece, questo 
dato orre ndo sia riemerso prepotente nei deliri ideologici 
e nell’attività pratica dell'estrema destra, deve far 
riflettere sulla diversa “qualità sociale” del fenomeno, 
che sarebbe grave non cogliere in ogni sua 
implicazione. 

n effetti, se sul piano squisitamente "politico” ilfascismo 
degli anni ’70 assolveva ad un ruolo di provocazione, 
su quello “sociale” corrispondeva ad u n diffuso “bisog no 
d’ordine", che però non confluivatutto e solo nei ranghi 
dell’estrema destra. Ordine e fascismo, logicamente, 
sonoterminicoessenzialiancheoggiecontribuiscono 
a fare la specificità di qualsiasi cultura totalitaria. E 
tuttavia si sbaglierebbe a non vedere che, dietro la 
diffusione così massiccia del fenomeno, c’è qualcosa 
di più ampio: un bisogno di rassicurazione e di identità 
generato dal “salto di complessità” che ha investito le 
nostre società, e di cui la domandad'ordinetradizionale 
rappresenta solo un complemento nemmeno troppo 
appariscente. Questa esigenza di rassicurazione, 
oltre tutto, produce adesione a valori e ideologie 
prettamente irrazionali. Una rinascita della peggiore 
paccottigli razzista, che certo inquieta le nuove anime 
belle della democrazia procedurale, ma di cui d’altro 
canto può azzardarsi una spiegazione razionale e 
materialistica. L’immigrazione extracomunitaria ha 


iniziato a produrre un rimescolamento di fatto delle 
identità razziali e nazionali consolidate. La 
secolarizzazione spintadei valori ha scovato un "vuoto 
etico morale" che, afrontedellaperditadiinfluenzadel 
comuniSmo e delcontemporaneotrionfodelle peraltro 
mediocrissime ideologie proprietarie, ingenera una 
serie di annaspanti “domande di senso", il cui destino 
naturale è di calamitare risposte misticheggianti, 
irrazionali, fascistiche. Il quadro economico e sociale, 
infine, pare fatto apposta per sollecitare nel ceto 
medio (e persino in alcune fasce proletarie) unaferoce 
difesa del proprio status acquisitivo, anche a costo di 
agognare secessioni nazionali, o di rinunciare al 
confortevole “clichè” degli italiani-brava-gente.Sorge 
cosi, irresidtibile, la tendenza a scaricare sul diverso 
la responsabilità di una insicurezza generalizzata che 
oscilla dal campo dei valori a quello più prosaico del 
"palinsesto fiscale” dello stato. E il diverso per 
eccellenza è l’ebreo. Di modo che si arriva a riproporre 
l’armamentario antisemita, proprio in quanto ilfascismo 
odierno abbraccia e rielabora impulsi più spiccatamente 
"sociali” di quelli dello squadrismo degli anni 70. In ciò, 
crediamo, dovrebbe intravvedersi un fattore di 
superiore pericolosità. Un elemento di maggior 
preoccupazione, che esige anche un accentuato livello 
di responsabilità nell’impostazione delle nuove forme 
della battaglia antifascista. 

C’è infatti un modo edulcorato di guardare al problema, 
secondo cui, appunto perchè il nuovo fascismo prende 
di mira specialmente il "diverso" (sia esso immigrato, 
gay, tossicodipendente, ebreo ecosl via), sbratterebbe 
di promuovere innanzitutto una cultura 
dell'accettazione dell"’altro”, e finanche di queH’”altro" 
che è il fascista medesimo. Non è un gioco di parole. 
E’ anzi unatendenza molto diffusa nell’odierna sinistra 
post-comunista, che si afferma a colpi di interviste a 
fascisti notori, attraverso rielaborazioni peregrine e 
opportunistiche del passato recente, e che arriva sino 
al punto di civettare con affermazioni quali: "i fascisti 
degli anni 70 erano gli ebrei di oggi”. Si può immaginare 
qualcosa di più assurdo e sfacciato? E come mai gran 
parte della cosiddetta sinistra alimenta tali circoli 
vizosi: solo perchè, “dialogando colfascista”, dimostra 
a se stessa e agli avversari di aver smesso non solo 
gli abiti ideologici più vieti e sorpassati del movimento 
operaio, ma anche canottiera e mutande del pensiero 
di sinistra? 

In realtà, una volta riconosciuta la maggiore capacità 
di impatto sociale del fascismo odierno, dobbiamo 
anche ammettere che occorrerà raddoppiare lo sforzo 
politico e ideologico percontrastarlo. In questo senso, 
le forze della sinistra comunista, e quelle della sinistra 
radicale in particolare, non devono temere di iniziare 
una lotta che, almeno nelle forme e nei toni, sarà 
sicuramente controcorrente. Si tratta di rilanciare il 
concetto di militanza e di presenza sociale nei quartieri, 
andando contro l’idea di politica attualmente 
prevalente.Si tratta di non lasciare in appalto al 
volontariato cattolico il nostro “imperialismoquotidiano", 


Maggio 1993 


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e cioè la questione dell’immigrazione extracomunitaria, dei suoi 
diritti elementari e delle sue lotte ancora troppo disorganizzate o 
in balia della mediazione assistenziale. Si tratta, ancora, di non 
considerare faccenda da vecchietti la difesa della Resistenza, e 
di non sottovalutare le conseguenze negative delle tante “riletture" 
interessate dellastoria recente, di cui invece si alimentafortemente 
il clima culturale favorevole alla destra. 

Non è, ovviamente, un compito facile. “Mutatis mutandis”, non lo 
era nemmeno gridare “la strage è di stato”, quando non solo la 
questura di Milano seguiva la pista anarchica, ma ci credeva 
anche la sinistra storica, che ad ogni buon conto, come si dice, “si 
rimetteva con fiducia all’operato degli organi inquirenti”. Del resto 
l'aria che tira in proposito fra i residui di quella sinistra, è 
abbastanza evidente. Nessunainversionedi rotta nell'abbandono 
del sociale teorizzato e praticato negli ultimi anni. Nessun rilancio 
di qualcosa che assomigli ad un “riprendiamoci la città”, sia pure 
riaggiornato in base alle condizioni odierne. Una legge più severa 
e una delega in bianco agli apparati dello stato: ecco il modo in cui 
la sinistra-per-bene crede di poter affronatare il problema del 
fascismo risorgente. Per questo c’è bisogno di un contributo 
diverso, di un contributo “controcorrente”. E in questo emerge un 
forte elemento di continuità con la data del 12 dicembre, e con 
l’impegno che la sinistra rivoluzionaria italiana profuse nella 
battaglia antifascista e contro le stragi di stato. 

Qui, senza dubbio, il discorso potrebbe e dovrebbe allargarsi. Un 
ragionamento sulla nuova ondata nazifascista dovrebbe infatti 
stabilire con maggiore accuratezza il rapporto del fenomeno col 
razzismo. Nè potrebbe trascurarsi che sulterreno dell’intolleranza 
razziale spicca anche il protagonismo della Lega, la quale solo 
impropriamente sarebbe rubricabile sotto un’etichetta fascista. Il 
fatto è che la "spinta adestra’’, di cui sono eterogenee manifestazioni 
i “naziskin”, i fascisti tradizionali del MSI e la stessa mobilitazione 
leghista, proviene oggi proprio dalla tanto decantata “società 
civile”. E non ha senso gridare allo scandalo quando poi, sul piano 
generale, si fa tutto tranne opporsi al “vero” disegno vincente del 
momento: quella destrutturazione delle basi elementari - e per noi 
da sempre insufficienti - della democrazia partecipativa italiana, 
che passa attraverso l’abbattimento del simulacro proporzionale, 
e che ha bisogno per affermarsi, appunto del marasma in cui 
prosperano, come topi nel formaggio, tutti i volti e i colori della 
destra. 

Davvero stiamo vivendo un periodo per molti versi decisivo. Cosa 
niente affatto eccitante, va detto, almeno sinché non rientrerà in 
campo una critica anticapitalistica dì massa, sorretta da un 
orizzonte teorico e concettuale 

rinnovato eda un profilo politico tagliente e in ogni senso fuori dagli 
schemi.Ma una crìtica simile non cadrà dal cielo bella e fatta e 
pronta all’uso. Occorrerà ricostruirne lef ondamenta passo passo, 
magari anche sbagliando e procedendo pertentativi. Per questo, 
crediamo, le stesse “date canoniche” dellasinistra vanno utilizzate 
in senso tutto contrario al costume inutile e aliatine avvilente delle 
celebrazioni. Quanto a noi, se perii 1 2 dicembre avremmo potuto 
insistere sui temi del passato, e sul rapporto che lega questa data 
al problema, annoso e di complessa soluzione, della liberazione 
dei prigionieri polìtici, abbiamo evitato di farlo non solo perchè 
temevamo di apparire noiosi. E' che non ci appartiene una nozio- 
ne del prigioniero politico basata sul vittimismo e sulla cura me- 
ticolosa, fin troppo meticolosa, del proprio “particulare”. La parte 
dello struzzo, la lasciamo volentieri a chi ha stomaco per farla. 


PASQUALE ABATANGELO, 
RENATO ARRENI, PAOLO 
CASSETTA, GERALDINA 
CO LOTTI, PROSPERO 
GALLINARI, MAURIZIO 
LOCUSTA, REMO PANCELLI, 
TERESA SONICA, BRUNO 
SEGHETTI, SEVERINO 
TURRINI. 

DICEMBRE 1992, tra Regina Coelì, 
Rebibbia femminile e Rebibbia maschile 



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Speciale Carcere 


ecn milano 


LA 

"CAMPANA" 

NON 

ADDOMESTICATA 
DAL CARCERE 
SPECIALE DI 
VOGHERA 

Dopo aver visto in tv ia "manifestazione teatrale" (è il 
caso di dirlo subito, NAUSEANTE!) presentata con 
grande uffiialità dall'amministrazione carceraria di 
vogherà che ha tirato fuori i suoi "gioielli di famiglia" in 
occasione del “santo natale", non ci possiamo esimere 
dal prendere la parola per dire la nostra a proposito del 
cosidetto "Collettivo Verde" e più in generale per 
quanto riguarda funzionalità e funzioni di questo 
“lazzaretto”. 

Lazzarettoconsiderato il "fiore all'occhiello" del ministro 
carcerario italiano sia per le strutture razionate in 
ingabbiamenti a compartimento stagno, sia per l’alta 
tecnologia elettronica centralizzata in stile americano 
e della quale se n'è dibattuto a lungo negli anni della 
sua inaugurazione. 

Non era certo nostra intenzione polemizzare e/o tanto 
meno raccontare le reali contraddizioni che 
caratterizzano la gestione e il trattamento in questo 
carcere per il semplice fatto che le diamo per scontato 
che all'esterno si conoscono e non sono la 
contraddizione principale del momento esistendo 
situazioni peggiori come l’Asinara e Pianosa. 

Inoltre, non siamo interessati all’abbellimento delle 
galere con l’infioritura delle finestre per nascondere le 
sbarre e tanto meno all’infiocchettatura delle pareti in 
“rosa” per addolcire il grigiore delle celle, in quanto 
restiamo fortemente convinti che le più belle galere 
sono quelle che si riuscirà a RADERE AL SUOLO! 
Ed invece, vista la "maestosità e lo "sfarzo” in tutta la 
sua falsità che hanno rappresentato per ('"opinione 
pubblica” attraverso ilTG.3 regionale e naturalmente 
grazie alla bontà dei suoi operatori attenti 
all’informazione spettacolo e di Regime, ci preme dire 
la nostra veritàperinformare la moltitudinedei detenuti 


( e non detenuti!) che stanno ancora al di qua delle 
sbarre e delle reti alle finestre in quanto non si sono 
svenduti la loro identità ai dispnsatori di "permessi 
premio”, delle "libertà a condizione”, degli “arresti a 
domicilio" ed altre truffe del genere che tutti 
conosciamo. 

Ed allora, abiamo preso la parola per far sapere a tutti 
che la realtà del funzionamento e trattamento dei 
prigionieri nelcarcere di Voghera, non èquella mandata 
in onda per più telegiornali dai solerti giornalisti del 
TG.3 e raccopntata col sorriso sornione da 
amministratori ed ex malavitosi rinsaviti... 

E ci spieghiamo meglio: 

1) Il carcere di Voghera, dopo la riconversione in 
carcere maschile avvenuta negli anni scorsi, haassunto 
l’immagine del “carcere di massima deterrenza” sia 
del circuito delle carceri “speciali" che “normali”. 

Il primo periodo della sua “inaugurazione", infatti è 
stato molto “duro". 

In pratica hanno rispettato laconsegnache vuole l'uso 
del bastone all'apertura di un nuovo carcere, si sa 
bene a quale scopo.. Fatto sta che i detenuti sono stati 
costretti ascendere in lottafacendo più di unosciopero 
della fame per denunciare l’infame trattamento del 
tutto gratuito. 

Poi cominciarono “le visite" dei soliti politicanti garantisti 
del sistemae, tra un interrogazione e l’altra al Ministro 
delle galere di turno, le violenze e le provocazioni 
finirono e il trattamento rientrò nella norma generale. 

2) Con la normalizzazione del trattamento si 
cominciarono ad aprire degli spazi di socialità interna 
anche tra le sezioni e questa mobilità si prestò al gioco 
di quello che poi si vedrà. 

Tra le varie iniziative che si prospettano fattibili alla 
direzione, viene fuori quella dell'Opera teatrale alla 
quale si da credito. 

In poco tempo si maturarono le condizioni e si va a 
costruire un gruppo ampio di detenuti che si divertono 
a giocare a fare gli attori. 

Naturalmente la finalità della maggiorparte è quella di 
divertirsi contribuendo in questo modo ad allentare 
ulteriormente le tensioni, aprire ulteriori spazidivivibilità 
sfruttando naturlamente questo per i propri fini, ossia 
percercare di ottenere quei "benefici di legge" promessi 
dalla magnanima “riforma carceraria” del Gozzini. Ma 
ben presto le pie illusioni dei più scontrano con quelle 
dei pochi che mirano più in "alto".. 

3) Come succede nelle "migliori galere”, c’è stato il 
solito gruppetto degli “attori veri”, i “più intelligenti e 
furbi” che fa le sue “fughe in avanti”, socializza 
maggiormente col nemico credendo forse di “farlo 
fesso” usandolo per raggiungere i propri fini egoistici, 
senzacapire, forse (?), che sta cascando nellatrappola 
dei topi tesa da “marpioni" ben più furbi... E’ un 
giochetto che in questi anni s’è ripetuto spesso. 
Questo gruppetto poi sarebbero i "gioielli di famiglia” 


Maggio 1993 


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ecn milano 


presentati a “natale" come trofeo dalla Direzione di 
Voghera attraverso il TG.3 

4) E’ in questo contesto che viene creato il “Collettivo 
Verde”. 

Nella fase preparatoria le riunioni col personale vigile 
e militare del carcere come è facile immaginare si 
intensificano. INtanto avviene la rottura con altri detenuti 
che non sono d'accordo di passare al di lèdei “guado". 
Stilano documenti da far circolare nell'ambito del 
carcere cercando di mascherare con le parole cièche 
avviene nei fatti. Ma trovano ben poche adesioni. Non 
gli resta che contarsi la decina che sono. 

Una volta contatisi preso atto dell’opposizione della 
stragante maggioranza dei detenuti all’iniziativa 
“verde”, non gli resta che chiedere di andare via dalla 
sezione speciale in quanto potrebbe diventare un 
rischio restare. 

Le riunione con la direzione e le massime autorità 
ministerialisono all’ordinedelgiorno. Amato inpersona 
gestisce l'operazione e ne cura i rapporti con i 
“personaggi 1 ’ più rappresentativi. Sarà lui stesso ad 
illustrare alla Stampa ed in TV i particolari della 
costituzione del "Collettivo Verde” e di quelle che sono 
le ragioni, i fini che si erano preposti. Sarà sempre lui 
a presentare all'opinione pubblica” i "superergastolani, 
superkiller, i superirriducibili delle carceri “ravveduti" 
Nel frattempo, una volta provata la loro fede al “nemico 
diuna volta", erano stati trasferiti dal Reparto speciale 
in un'altra costruzione distaccata dal complesso, 
denominata la “casermetta", poiché ne ha tutte le 
caratteristiche strutturali, tecniche ed organiche. 

5) A questo punto il Ministero dovrà dimostrare la sua 
buona volontà di dare fiducia agli affidabili. E’ ancora 
Amato a prendersi la responsabilità di dare ai suoi 
"gioielli” il massimo della credibilità. 

Così in poco tempo, pre dimostrare che fa sul serio 
lanciando alio stesso tempo un messaggio a quanti 
sono rimasti al di qua se vogliono seguirli in quella 
strada, comincia a mandarli in “permesso" e 
puntualmente rientrano allo scadere del termine. Non 
ci può essere migliore dimostrazione della fedeltà 
verso ('"istituzione” e viceversa. 

C’è stata solo una piccola “macchia” all’inizio che ha 
rischiato di compromettere tutto. Infatti, un detenuto 
che non era nessun “personaggio”, è mancato di 
qualche ora al rientro stabilito per ragioni sue. 

Forse aveva perso treno visto che poi è rientrato e 
quindi non c’era la volontà di darsi alla latitanza. 
Ebbene, perquesto poveraccio è stata la sua definitiva 
rovina! 

Oltre alla normale denunciapenale perii ritardo, come 
è tornato in “caserma" èstato letteralmente massacrato 
di botte dai suoi già ex soci. E non dalle guardie come 
magari si poteva temere. Immediatamente è stato 
trasferito in un altro carcere speciale per scontare le 
sue “colpe” mapiù che altro per veicolare il messaggio 
del papà Amato che chi "manca” alla sua parola di 


“uomo d’onore" non avrà scampo! 

La sua vendetta, stando alle voci di chi l'ha conosciuto, 
pare sia un "piatto” che non si raffredda più. 

6) Da questa “area verde" di Voghera vengono 
continuamente inviati messaggi in tutte le direzioni. 

In carcere alla ricercadi sottoscrittori dei loro programmi 
di abbruttimento, e fuori verso un “opinione pubblica” 
distratta dalla "disinformazione” perchè li accolga a 
braccia aperte in quanto personaggi “ravveduti'' e 
affidabili che il “carcere duro” ha educato ... 

Ma nonostante ciò i sottoscrittori dei loro programmi di 
abbruttimento stando ai numeri sono pochi. 

Infatti da quello che ci risulta, sono gli stessi più o meno 
di quando sono partiti. 

Ai soci fondatori se ne sono aggiunti un paio. Ma visto 
che non sono anonimi al pubblico riportiamo peresteso 
i loro nomi certi di non commettere nessuna infamità. 
Questi sono ANDRAUS VINCENZO, SANTO TUCCI, 
DIRISIOCLAUDIO, LATTANZIO DAVIDE, LATTANZIO 
DANIELE, RUSSO ANDREA, RIVELLINI FRANCO, 
ROSSI TONINO, SUAS ROBERTO. 

Facciamo presente che insieme a questi nella 
casermetta ci hanno messo 2 combattenti rivoluzionari 
arabo-palestinesi i quali non hanno nulla da spartire 
con i programmi dei sopracitati personaggi e di Amato. 
Ipalestinesisonostati assegnati d’ufficio dalla direzione 
generalediRomafilo-israelianaesionistapermantenerli 
isolati dai loro compagni e non farli comunicare tra di 
loro; inoltre per controllarli da vicino da personale 
affidato cercando di corromperli e farli arrendere 
rinnagando la loro glori osa causa rivoluzionaria contro 
il sionismo rivoluzionario. 

7) Riepilogando per la cronaca diciamo che questi 
signori delle “Collettivo Verde” di Voghera, vanno 
regolarmente in vacanza a casa, lavorano all’Interno e 
all’esterno del carcere in quanto sconsegnati si 
autogestiscono la scarcerazione, hanno cucina, 
lavanderia ecc autogestita, sono aperti dalla mattina 
alla sera in sezione fanno colloqui coi familiari in sala 
pranzo, una volta alla settimana si riuniscono col 
personale civile e militare del carcere per discutere i 
“fatti degli altri”... Questi sono i “bravi" per i quali c'è 
tutto. 


Dall' altra parte ci siamo i “cattivi” detenuti dei carcere 
di Voghera per i quali c'è solo la loro dignità , 

1 ) Noi considerati i Cattivi detetnuti di Voghera, siamo 
divisi su tre sezioni speciali autonome. In pratica tre 
piccoli carceri. Abbiamo decoroso divieto d’incontro 
coidetetnutidelle altre sezioni nonostantetra di noi non 
abbiamo avutop alcun motivo per non poterci incontrare. 
Ora le sezini si moltiplicheranno. Infatti sono cominciati 
i lavori per dividere a metà ogni sezione in quanto da 
una parte ci dovranno stare i detetnuti sottoposti 


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Speciale Carcere 



ecn milano 


all’articolo 41 bis, e dall'altra chi ancora sta In lista 
d’attesa. Infatti ci vuole ben poco per essere classificati 
‘'ultrapericolosi”. 

2) Ogni sezione è composta da oltre 20 celle ma I 
detetnuti sono circa una decina per sezione di cui la 
metà aggravati dal 41 bis. 

Questi detenuti con l'aggravante sono diventati 
“ultrapericolosi” dalla mattina alla sera. Per decreto! 
Senza che sia successo nulla che potesse giustificare 
un provvedimento repressivo del genere. Dalla mattina 
alla sera sono stati privati di tutto! Dal fornellino per 
riscaldarsi un bicchiere di latte ai colloqui coi familiari, 
alile telefonate menisli, alle ora d'aria, alla socialità. 
Quello che non è stato tolto definitivamente, è stato 
ridotto a metà. 

Mentre ai non interessati del 41 bis è stato lasciato 
quel poco che avevano e il tutto stando a pochi metri 
di distanza gli uni dagli altri. 

Infatti sono stati spostati solo all’altra estremità della 
sezione però severamente privati da poter passare 
loro un caffè. 

Questa è la vera strategia dell'individualizzazione del 
trattamento ideata da Amato e i suoi soci. 

3) Con i rigionieri delle altre sezioni se prima vi era la 
possibilità di incontrarsi alla chiesa ed al campo 
sportivo perfare delle partite, possibilità raggiunte nel 
tempo, ora è stato definitivamente tolto tutto. Senza 
che sia successo nulla, lo ripetiamo. 

Però in questo carcere vige l’ideologia del 'trescare”! 
Il sistema di controllo capillare del detenuto è fondato 
sul principio della costruzione delle “tresche"... Infatti, 
i divieti d'incontro tra soggetti che non hanno alcun 
motivo peressere privati dell'incontrarsi regolarmente, 
fanno nascere i sospetti che poi loro stessi, i dirigenti, 
alimentando mettendo gli uni contro gli altri, 
alimentando voci di corridoio, storcendo la reità ai 
piacimenti di chi trama le tresche da dietro le quinte. 

4) T ra la primaverae l'estate '92 è stata sostituitatutta 
la dirigenza. 

Dopo un lungo periodo di tergiversazioni dirigenziali, 
sono finalmente arrivati un direttore e un maresciallo 
comandante che si dice siano definitivi assegnati a 
questo carcere. 

Per un lungo periodo tra l'inverno e la primavera 
c'erano state delle "inchieste M inisteriali” per accertare 
non si è capito bene quali infrazioni da parte della 
dirigenza precedente. 

Inchieste che hanno portato appunto allasostituzione 
del personale dirigente. 

Questa nuova dirigenza non appena insediata ha 
cominciato a ritagliare degli spazi di vivibilità che si 
erano raggiunti con la gestione precedente e negli 
anni. Ciò è stata la dimostrazione logica che il nuovo 
che hanno portato è quello di ritornare indietro al 
trattamento punitivo del periodo dell'apertura come 
già detto. 


Il tutto è stato fatto per gradi quasi temendo di 
disturbare la "quiete” dei detenuti. 

Ma nei fatti nessuno s’è meravigliato più di tanto 
finora. 

Però in futuro non si può garantire la stessa quiete in 
quanto le misure restrittive stanno creando problemi 
ai familiari nel giorni del colloquio in qunato ili stanno 
facendo aspettare fuori dai cancelli anche delle ore 
perchè mancano le strutture necessarie per svolgere 
il servizio come intende la nuova dirigenza. 

Perciò, se iltutto rientra nella mentalità del “provocare” 
gratuitamente i familiari è certo che non ci staremo. 

5) Altra condizione che vogliamo sottolineare è che 
nelle sezioni dei “cattivi”, ci sono una gran parte di 
detenuti che stanno differenziati per motivi ridicoli e 
senza nessuna pericolosità oggettiva. Sono dei 
detenuti certamente antagonisti che nelle carceri 
“normali” hanno lottato per avere il diritto della 
saponetta, del mangiare cibi mangiabili, deil’avere 
l’assistenza medica etc. etc. Per punizione contro le 
loro legittime richieste sono stati mandati al carcere di 
massima deterrenza di Voghera. 

Altri ce ne sono che sono anni che si fanno la loro 
galera, che non hanno denuncie nè rapporti di 
punizione, che hanno pene irrisorie da scontare, 
eppure non vengono declassificati come si dovrebbe. 
Ci si chiede a chi giova mantenere fermo questo stato 
di cose. 

L’altro fatto giusto da denunciare ma che rientra nella 
mentalità tragediog rafia vogarese, è il comportamento 
padronale del personale civile preposto alla cosidetta 
“assistenza sociale” che occupa il tempo con i “buoni” 
e non si preoccupa minimamente di chiamare anche 
quella parte dei cattivi che non hanno rinunciato alla 
libertà e che sono nelle condizioni di poterusufruire dei 
“benefici di legge" che spettano a chi ha le carte in 
regola pur non essendo infame e/o confidente della 
direzione. 

Queste figure, pur presenti nel carcere, svolgono un 
ruolo di supporto degli ideologhi del “trescare". 

Per curiosità bisognerebbe sapere anche cosa 
scriveranno nelle cartelle biografiche di ciascun 
detenuto quando le pesentano , per esempio, al 
magistratodi sorveglianza, al ministero, aicc, eco ecc, 
per descrivere la personalità del detenuto "cattivo”... 
Con questo naturalmente non si pretende di diventare 
“buoni" alla maniera dei "Verdi” ma ai contrario si vuole 
sollevare il marcio che c’è al carcere di Voghera per 
evitare di essere contagiati. 

Un gruppo di detenuti del carcere 
speciale di Voghera 


( a cura del Comitato Controsbarre 
C.S. Leoncavallo) 


Maggio 1 993 


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LETTERE DAL 
CARCERE 

Costantino Pirisi 

Per il Coll Controsbarre 
da Voghera 19/1/93 

Cari compagni, 

insieme al materiale che mi hanno mandato dal c.s. 
leoncavallo c’era anche la vostra lettera senza ‘litoio.. 
Spero che appunto sia arrivata insieme al materiale 
suddetto e quindi la mia la spedisco a quell’indirizzo 
che certo vi raggiungerà. 

Intanto mi complimento con voi per la buona inziativa 
che state intraprendendo riguardo alla "questione" 
carceraria e mi auguro che tanti compagni rispondano 
dando il proprio contributo propositivo. A voi auguro 
buon lavoro! 

Bene, parlare del carcere in Italia oggi, dopo tutto 
quello che sta succedendo nel mondo, mi viene quasi 
difficile perchè lo sguardo e il pensiero è rivolto a chi 
sta sicuramente peggio dei prigionieri "comuni” e 
“politici” in quanto per noi la vivibilità è assicurata. 
Inoltre, dopo tutto quello che s’è scritto negli anni 
appena trascorsi dal carcere e sul carcere imperialista 
italiano, mi pare quasi impoassibile trovare le parole 
per dire quello che non abbiamo scritto, che non 
abbiamo detto, che non abbiamo anche gridato in 
forme diverse di lotta. 

Perciò in questo sensoc’è davvero tutta una memoria 
storica rilegata in giornali, riviste e libri le quali parlano 
meglio delle parole che si posson dire oggi in quanto 
erano l'espressione vivente di quel periodo. 

Un periodo veramente ricco di forza antagonista e 
rivoluzionaria espressa da una coscienza proletaria 
tutt'altro che imprigionata che aveva fatto del carcere 
un terreno di lotta per la sua distruzione e per la 
liberazione dei prigionieri. 

Poi c'è stata la “svolta” controrivoluzionaria che 
sappiamo. L'opportunismo piccolo borghese, la 
"dissociazione”, la costituzione delle cosidette "aree 
omogenee”, le infamità! che hanno fatto il resto. 

In praticaquesti sciacalli hanno svenduto un patrimonio 
di lotte e di coscienze agli “umanizzatori” alla Amato 
per uscire dal carcere esclusivamente e non perchè 
erano venute meno le ragioni politiche e sociali della 
rivoluzione proletaria e della lotta al e nel carcere. 
Parecchi di questi sciacalli sappiamo che stanno 
ruotando ancora nei movimenti di classe al servizio 
della controrivoluzione. Partecipano a dibattiti e alla 
stesu ra di giornali, riviste e libri che parlano di carcere, 


deirumanizzazione del carcere” come che il carcere 
sia possibile umanizzarlo, renderlo accettabile dai 
proletari prigionieri e dai rivoluzionari comunisti. Ma 
tant’èl Con la "bagarre” sulla droga e sui drogati 
approfittano per un riciclaggio secondo loro, “morale”... 
contribuendo a leggittimare il business dello spaccio 
e del “recupero” dei drogati. 

Un affare indegno dietro al quale si stanno nutrendo 
schiere di parassiti di ogni genere e delle più diverse 
ideologie. 

Come al solito la “malapianta” invece di prenderla e 
curarla dalle radici, dove certamente comporta 
maggiori sacrifici perchè bisogna piegarsi la schiena 
persarchiare terreno, “si sfondano i rami” in modo che 
questi ri-crescono e possono nutrirsi dell’Ipocrisia che 
li caratterizza. 

Cari compagni, giovani lo sottolineo perchè me lo dite 
voi che siete giovani, e questo conferma la mia 
convinzione che le speranze del futuro stanno nelle 
vostre mani, per cui vi va tutta la mia ammirazione e 
l’incoraggiamento ad andare avanti con le vostre idee 
senza farvi strumentalizzare da nessuno, da quanto 
detto penso che avete colto il senso e dove va la mia 
critica: sul carcere che non è mutato in quanto ritengo 
sempre il carcere terreno di lotta per lasua distruzione; 
sulla linea politica che è sempre rivoluzionaria e perla 
strategia della lotta armata per il comuniSmo! 

Dello specifico del carcere, se volete, ne possiamo 
parlare quanto vogliamo nelle prossime occasioni. 
Naturalmente voglio sapere anche cosa pensate voi 
a proposito delle mie critiche, cioè dove e come voi vi 
ponete a riguardo. 

Se avete preso una posizione politica critica o se la 
state maturando. Bene. 

Riguardo alle "grandi manovre” del M.G.G. dell'estate 
è vero che ci sono state ma adesso pare che si sono 
stabilizzate. Naturalmente sono delle stabilizzazioni 
provvisorie in quanto nulla c’è di realmente definito. 
La maggior parte come sapete sono concentrati a 
Trani, NOvara, Rebibbia e le compagne a Latina e 
Rebibbia. 

Poi ci sono quelli “dispersi” negli svariati “braccetti" 
che non si sa bene quanti ne siano rimasti, ma che 
comunque dovrebbero essere diversi. 

Forse voi avete una maggioreconoscenzadei numeri. 
Ecredo che a proposito sarebbe interessante fare una 
specie di “censimento” tipo quello che facevano i 
compagni del "Bollettino” una volta. 

Magari questa idea potreste cog lierla voi. Che ne dite? 
Qualè la radio nella quale trasmettete? Si prende qui 
a Voghera o no? Fatemi conoscere i particolari sulla 
trasmissione. Bene. Per questo primo incontro spero 
possa bastare. Scusatemi se non sono stati coerente 
con le vostre richieste ma mi riprometto di farlo. 
Saluti Comunisti e Rivoluzionari. 

Costantino Pirisi 


io 


Speciale Carcere 



ecn milano 


LETTERE DAL 
CARCERE 

Salvatore Cirincione 

al Coll. Controsbarre 
26 gennaio 1993 da San Vittore 


Carissimi compagni, rispondo dopo tanto tempo al 
vostro telegramma, ma visto la mia situazione di 
salute precaria e con continue emorragie e infezioni e 
febbre 38-40, non avevo la forza per scrivervi, vi 
ringrazio della vostra solidarietà, la mia salute si 
aggrava di giorno in giorno e in questo centro clinico 
( che dicono il migliore d’italia) non hanno soluzioni per 
il mio caso. 

Da 1 3 anni mi porto questo peso acquisito dalle torture 
subite dai carabinieri che nel 1 980 che mi portano le 
conseguenze della paralisi vescicale e costretto a 
portare il catetere a ..., ma credo proprio che sia 
nettamente fatto apposta il non voler far niente. 
Perchè non voglio entrare nella logica del potere il 
quale chiede la Dissociazione o il Pentitismo. 

Sono e resterò un Militante Rivoluzionario e un Militante 
Anarchico e tale resterò. 

Non ho niente da vendere e niente da svendere. 
Anche continuando a subire la loro sporca tortura 
fisica et psicologica. 

Non potranno cambiare la rabbia e la voglia di 
continuare a lottare per un mondo mogliore senza 
servi ne padroni, un mondo libero che solamente noi 
riusciamo a vedere e capire. 

In questo paese dove la delazione legalizzata dalle 
istituzioni borghesi e tagentopolose. Bisogna che il 
movimento rialzi la testa e dica no a tutto questo. Lo 
stato è terrorista. 

Il vero terrorismo è il potere sociale democratico 
craxista e lo è anche tutto quel popolo BUE che 
continua a crederli!!! L'incompetenza medica in 
strutture carcerarie servono ancor di più ad annientare 
le volontà che al quotidiano si ribellano. La tortura 
esiste, esisteva e continuerà ad esistere, la vedo tutti 
igiorni in rapporto alla repressione poliziescae medicale 
in rapporto ai malati di AIDS che vengono lasciati 
all'abbandono totale. 

Vedo anche l'onore del C.O.M.P. E.S. nel reparto dove 
sono incarcerati quei detenuti che lo stato ha portato 
all’esaurimento e che sono trattati con lo S.P.A.S. 
Terapin a base di Scoppolomina ... ecc ecc... 


Lo vedo sui malati diabetici che sono lasciati pure loro 
nell’abbandono , e questo vale anche per ì malati di 
cuore e di tutte le altre malattie. 

Questa medicina penitenziaria, psichiatrica “serve" 
per i soggetti deboli. Perchè vi parlo di tutto questo? 
Per la rabbia che provo e anche per l'impotenza di un 
movimento rivoluzionario che non prende posizioni 
politiche di lotte. 

Il razzismo crescente che si vede anche qui a San 
Vittore e crea divisione sociali all'interno dei carcere. 
Gli extracomunitari vengono trattati da schiavi e tutto 
questo non fa altro che accrescere la mia rabbia 
contro questo stato fascista. 

Questa sporca legge Martelli che viene applicata con 
vigore con chi ha la sfortuna di trovarsi in carcere. 
Oggi come oggi solo chi si penta (pentitismo) e 
collabora ha un trattamento migliore. 

E poi pentirsi di cosa e dissociarsi da chi? Questioni 
che non ci possono toccare perchè in rapporto a me 
e in rapporto alle lotte sociali questi oggettivi 
(dissociazioni e pentitismo). 

Se lo stato borghese ha voglia di distruggere la 
sensibilità e la dignità rivoluzione potranno farlo 
fisicamente, ma psicologicamente non potranno 
distruggere la volontà politica rivoluzionaria. 

La cosa che mi rabbia e quello di essere stato tradito 
e venduto da chi ormai lavora per lo stato e che fino 
a pochi anni fa era un compagno!!!! 

Adesso parlano dì AMNISTIA POLITICA per un ex 
rivoluzionario, ma penso oche se l'amnistia solo per i 
detenuti politici non mi trova d’accordo nel modo più 
assoluto. 

Come Detenuto Politico l'u nico mio pensiero è l’amnistia 
generale per tutti i detenuti. 

anarchicamente e rivoluzionariamente 

Salvatore Cirincione 


a cura del Collettivo Controsbarre 
c.s. Leonca vallo 


Maggio 1993 


il 



ecn milano 


Roma, 

15 02 93 

Entro pochi mesi - sempre ammesso che questo 
parlamento sopravviva - dovrebbe iniziare la 
discussione sulla proposta di legge sull'indulto per i 
reati di “terrorismo" presentata da esponenti di uno 
schieramento che va dal PDS alla DC, dal PSI alla 
Rete, ai Verdi ed a Rifondazione Comunista. I contenuti 
della proposta di legge possono essere cosi sintetizzati: 
tutte le pene detentive vengono ridotte della metà e gli 
ergastoli vengono trasformati in una pena detentiva 
della durata di 21 anni. Dall'indulto è escluso il reato 
di strage, qualora ne siano derivate vittime. 

*************** 

Come molti altri compagni (anche dentro le carceri), 
ci stiamo interrogando sul significato dì quello che sta 
avvenendo, ponendoci cento domande, nel tentativo 
di trovare una risposta che non può essere quella della 
battaglia che sarà condotta in Parlamento. 

Da un punto di vista pratico, va detto che questa 
proposta di legge non prende minimamente in 
considerazione il problema degli esiliati, e meno che 
mai quello di un atto, quale l’amnistia, che affronti la 
questione di migliaia dicompagni inquisiti e condannati 
per reati associativi e d’opinione, per non parlare di 
altre questioni “minori". Inoltre, questa legge finirebbe 
per lasciare, ancora per molti anni, il destino di decine 
di compagni nelle e alla mercè della Magistratura, che 
sarà chiamata a giudicare caso per caso sulla 
concessione o meno dei benefici della “legge Gozzlni” 
, ed è facile immaginare le distorsioni e le 
differenziazioni che ne verranno. 

Da un punto di vista politico, poi, è evidente che 
l’indulto non costituisce altro che unaparziale etardiva 
correzionedelle abnormitàprovocatedallalegislazione 
dell’emergenza, che portava, per esempio, anche 
all’effettivo raddoppio della pena se il reato veniva 
commesso “con finalità terroristiche”. Non entriamo 
nemmenonelmeritodelladisinvolturaconcuiitribunali 
hanno dispensato ergastoli a pioggia basandosi sulla 
sola parola dei “pentiti", o delle sistematiche violazioni 
dello stesso diritto borghese consumate nelle aule dei 
maxi-processi, perchè è storia che conosciamo bene, 
come conosciamo bene i "regali” ricevuti dai “pentiti” 
e “dissociati” in cambio della delazione e/o della loro 
abiura. 

L’articolazione di questa proposta non stupisce, visto 
il non mutato sentire emergenziaiista. Ma detto questo 
sarebbe inutile nascondersi che in questi anni non c’è 
stata la capacità di elaborare una concreta proposta 


politica, tale da consentire che, sui fascicoli di oltre 80 
compagni venisse scrìtta una data al posto di “ FINE 
PENA: MAI”. 

*************** 

Allora la questione di fondo è di u na semplicità brutale : 
quale voce in capitolo possono avere in questa vicenda 
i soggetti antagonisti, quelli che non vogliono e non 
possono abdicare alla materiale utopia di una società 
diversa, quelli che quotidianamente forzano l’orizzonte 
dei Capitalismo come migliore dei mondi possibili? 
Siamo consapevoli che questa Italia incarognita e 
forcaiola ha ormai interiorizzato in profondità che “più 
galere” sia la soluzione per ogni problema... eppure, 
le migliaia di compagniche hanno affollato le iniziative 
sotto le muradi San Vittore, di Sollicciano, di Rebibbia, 
che hanno cantato e gridato contro il carcere a 
Bologna, a Padova, a Brescia, i compagni che da 
Catania a Torino, da Napoli a Genova si sono attivati 
nella solidarietà con tutti i detenuti, sono la 
testimonianza viva e vitale che altri fermenti percorrono 
il Paese, che la dialettica sociale e politica non si riduce 
al duopolio conflittuale magistratura/sistema dei partiti. 
Allora, forse, una voce in capitolo ce l'abbiamo. E 
questa nostra voce potrebbe essere persino più forte 
di quanto possiamo immaginare; potrebbe arrivare fin 
dentro l’ultima cella e comunicare ancora ai compagni 
che non sono condannati ad essere l'inerte oggetto di 
un gioco giocato altrove, ma un soggetto attivo di un 
percorso di cui, ancora, ci piace immaginare non la 
fine, ma il fine, forte e chiaro: LIBERARE TUTTI. 

*************** 


Questo intervento è pieno di frasi di frasi dubitative e 
di verbi al condizionale: la possibilità di trasformarlo in 
proposta di dibattito e di lotta è indissolubilmente 
legata alla disponibilità dei compagni ad 
appropriarsene, a partecipare, a non delegare. La 
posta in gioco non è solo la liberazione di alcune 
centinaia di prigionieri politici, e nemmeno soltanto il 
recupero critico di un pezzo della nostra storia di cui 
siamo espropriati da anni: la posta in gioco è anche 
l’apertura di un fronte di conflitto contro il carcere e le 
istituzioni totali, i muri e le sbarre che imprigionano 
corpi devianti o troppo deboli. 

Una battaglia per l'abolizione dell’ergastolo e delle 
lunghe pene, per esempio, per la chiusura delle 
carceri minorili, peresempio...madi esempi potremmo 
farne tanti: farli diventare obiettivi di lotta è il motivo per 
cui sollecitiamo tutti i compagni al confronto. 

VENERDÌ' 26 FEBBRAIO ORE 17.00 
SPAZIO SOCIALE ONDA ROSSA 32 

COMMISSIONE FUORI DAL CARCERE 
RADIO ONDA ROSSA 


12 


Speciale Carcere 



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MARCO 

CAMENISCH 


Ci è giunta da S. Vittore una lettera del 
compagno Marco Camenisch in cui ci 
comunica i motivi per cui dal 1/2/93 è 
in sciopero della fame. 

Da una sua successiva lettera del 
20/2/93 apprendiamo che la sua forma 
di lotta è tuttora in corso. 

CON LO SCIOPERO DELLA FAME iniziato i'1/2/93 

1) PROTESTO contro l’invivibilità nella sezione di 
massima sicurezza di questa prigione in quanto: 

- non ci è concessa socialità alcuna 

- a mancanza totale di spazi ricreativi 

- alla completa assenza di spazi ed attrezzatura per 
attività sportiva 

- al vitto qualitativamente precario o“nullo”, aggravante 

ciò la situazione di chi o per motivi di divieto o 
economico non può integrarlo con il sopravitto 
acquistabile e cucinabile in cella 

- la questione, da parte della Direzione, delle 
differenziate condizioni di detenzione, entro i limiti 
discrezionali, è una delle più ristrettecheconosciamo 
nel circuito carcerario di massima sicurezza 

- la sezione è sostanzialmente utilizzata come transito, 

eciò comporta un continuo rimestamento dei detenuti 

- mancano celle singole (p. e. per detenuti con lunghe 

condanne o “fine pena mai”) 

- è praticamente assente la possibilità di lavoro e cioè 

di autosostentamento per i detenuti meno abbienti 
ed in quanto questa privazione di socialità, è dovuta 
all'ambigua gestione della sezione all'insegna della 
gerarchia e crescente tendenza al peggioramento 
del regime carcerario, della sua ricattatoria, 
dell'emergenziale art. 41 bis, rende pressoché 
impossibile instaurare quel minimo di continuità ed 
equilibrio e diversificazione nelle azioni vitali 
quotidiane e non, personali, e nelle relazioni ed 
azioni interpersonali necessarie perii mantenimento 
dell'integrità psicofisica (salute!) dell’individuo, 
soprattutto se condannato a detenzione lunga. 

Il che equivale al sistematico e premeditato tentativo 
di annientamento della personalità ed identità del 
detenuto. 

2 ) PER CHIEDERE il trasferimento in un carcere di m. 
s. ove possa convivere con prigionieri affini alla mia 
generica identità sociale, politica, culturale, che può 
essere definita altrettanto genericamente come di 
dissenso radicale e rivoluzionario (disinistra), all’attuale 


dittatura del capitale imperialista sovranazionale, dei 
suoi stati ed apparati. 

In merito ho inoltrato due istanze di trasferimento, che 
il Ministero di Disgrazia e INgiustizia ha ritenuto 
opportuno respingere, con motivazioni a dir poco 
inconsistenti. 

3) IN SOLIDARIETÀ’ con le iniziative di lotta per la 
riunione dei prigionieri/e a me genericamente affini/e 
nel senso cui sopra (vedi punto 2), che si dichiarino 
prigionieri/e politici/che o no, e le iniziative di lotta 
ovunque contro l'annientamentotramitecarcerazione, 
passate ed attuali. 

Marco Camenisch 

Vogliamo anche riportare alcuni stralci della lettera, 
datata 6/2/93 rivolta alla nostra redazione. 

Ai compagni/e di RADIO EVASIONE 
sono oggi arrivato al sesto giorno di sciopero della 
fame per protestare contro l'invivibilità in questa 
sezione e chiedere con più determinazione di essere 
trasferito in un carcere ove poter convivere con altri 
compagni (cioè persone con più affinità sociale, 
culturale e politica di quella riscontrabile con i detenuti 
economici qui appoggiati o al più transitati per tempi 
brevi o lunghi. E’doveroso specificare peròche con gli 
altri detenuti c’ una convivenza di massima reciproca 
stima e rispetto). 

A proposito di EVASIONE, nell'ormai lontano 1 981 , a 
dicembre, ho avuto la fortuna di poter evadere dal 
carcere elvetico di Regesdorf , presso Zurigo, con altri 
5 compagni di pena. Questo dopo due anni di galera. 
Mi avevano condannato a 1 0 anni per attentati vari a 
degli impianti elettrici, all'insegna della lotta 
rivoluzionaria contro il nucleare per la libertà e 
l’autodeterminazione della mia regione di origine (le 
Alpi Retiche) e più genericamente all’insegna della 
lotta di classe, anticapitalista ed antimperialista. Dopo 
1 0 anni di latitanza sono stato catturato dai CC, dopo 
una sparatoria ed il ferimento di uno di loro ed essere 


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stato anch'io a tutte e due le gambe. Qui in Italia mi 
tirano i tentati omicidi e 4 attentati a dei tralicci, di cui 
il processo è in corso. In Svizzera mi tirano 2 omicidi: 
uno di una guardia carceraria durante l'evasione e un 
altro di una guardia di confine al valico italo-svizzero. 
La Svizzera, ovviamente, ha chiesto la mia 
estradizione, che in appello a Genovaèstata concessa, 
ed in Cassazione la causa dovrebbe essere stata 
trattata verso fine gennaio. 

L’invivibilità della sezione speciale di S. Vittore è 
caratterizzata dalla totale assenza di socialità, causa 
la gestione della sezione e ia mancanza di spazi 
ricreativi e di socialità, e dei vitto. 

Fino a circa un anno fa la sezione era adibita al solo 
transito; ora in alcuni siamo stati assegnati. Con 
l'introduzione del decreto la Direzione ci tolse la 
socialità nelle celle concessaci a 
mezzogiorno. La gestione, da parte della 
Direzione, dei detenuti con l’art. 41 è, 
entro i limiti discrezionali, una delle più 
restrittive che conosciamo, nel circuito 
carcerario. I tentativi di discussione con 
la Direzione per creare una vivibilità 
minima, discussione minima e poco 
efficace per la scarsa compattezza tra i 
vari detenuti, ha avuto esiti inconsistenti. 

La scarsa compattezza è causata dalla 
disomogeneità di posizioni giuridiche e 
perciò di “interessi” dei detenuti, del 
ricambio frequente dei transitanti, della 
speranza residua nella “Gozzini" ed il 
ricatto della “Pianosa" e deH'”art.41". 

Ovviamente mi sono opposto 
all’estradizione ma, anchesequestaquasi 
sicuramente avverrà, è probabile che la 
mia detenzione in Italia si prolungherà 
ancora per qualche anno, fino alla fine 
delle varie cause in appello. Pur non 
dichiarandomi prigioniero politico 
rivendico la mia identità di ribelle sociale 
rivoluzionario ed “anarco- 

indipendentista", e come tale chiedo di 
essere trasferito per poter stare insieme 
a dei compagni pur essi prigionieri di 
guerra. Ho inoltrato due istanze di 
trasferimento, tutte e due respinte: una 
con la motivazione del sovraffollamento 
(ci sono sezioni speciali mezze vuote in 
alcuni carceri del nord) e l'altra con il poco 
chiaro “motivo di opportunità 

penitenziaria”. 

Riteniamo molto valida, necessaria ed 
importante questa vostra iniziativa e la 
parola d'ordine "LIBERARE TUTTI”, a 
maggior ragione in tempi di resa e 
smobilitazione “definitiva” quasi, sia “fuori” 
che “dentro", da parte dei compagni/e 
rivoluzioni/e o genericamente da parte di 
chi dissente radicalmente. 


Sono certo comunque, che la spirale della crisi/ 
repressione in atto non potrà che produrre nuova e più 
ampia coscienza, e le lotte ed aggregazioni, sia “fuori" 
che “dentro”, e di conseguenza crepe nelle mura sia 
della galera sociale che di quella totale. 

Come è vero, per chi non è arreso e corrotto fino al 
midollo, che “quando si stava peggio si stava meglio”, 
così mi pare auspicabile che la dittatura in atto getti 
anche l'ultimo frammento di maschera "democratica” 
e “garantista”, affinché tutte/i potranno e dovranno 
dimostrare il loro vero valore oltre le comodità e le 
chiacchiere e le false convinzioni. 

Vi saluto fraternamente e solidalmente 
Marco Camenisch 



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ecn milano 


LETTERE DAI 
CARCERE 

Collettivo CONTROSBARRE - Milano 

FRANCESCO 

PICCIONI 

“Cari compagni/e, 

nella lettera che accompagna la vostra produzione 
chiedete molte cose. 

Tante che risulta decisamente difficile rispondere a 
tutte. Vedo perciò di limitarmi all’essenziale. 

I trasferimenti che hanno rigurdato i prigionieri 
comunistisonoawenutiquasituttiacavallodeH’estate, 
quando le "misure antimafia’’ decise dal governo 
hanno comportato la riapertura di alcune strutture 
"speciali” ormai in corso di smantellamento (Pianosa 
e Asinara) e un mutamento nella destinazione d’uso 
di tre carceri speciali da lungo tempo occupate anche 
da compagnie (Ascoli, Cuneo, Latina). 
Conseguentemente, i prigionieri politici sono stati 
redistribuiti su tre sole carceri (Novara, T rani, Rebibbia 
Gl 2). Le compagne, allontanate da Latina, sono 
in vece state sparpagliate su una molteplicitàdi carceri. 
In lineateoricaquesta redistribuzione avrebbe dovuto 
significare pernoilatri un’uscita “dall’occhio delciclone”, 
visto che NON ci sono state applicate le nuove 
restrizioni che colpiscono non solo imputati di mafia, 
ma anche per sequestro, rapina, ecc. in pratica le 
cose vanno un po' diversamente, perchè in un clima 
di generale restringimento delle condizioni di vita il 
peggioramento toccatutte le “categorie” lamentarsene 
non ha molto senso. E' preferibile esporre con la 
massima chiarezza possibile le condizioni reali in cui 
ci troviamo ora. Prima constatazione. I prigionieri 
comunisti, dopo quasi vent'anni, non sono piu' inseriti 
nellafascia di “massimasicurezza". Il il miglioramento, 
come dicevo, e' piu' teorico che reale (noi siamo 
rimasti nelle condizioni precedenti, mentre le categorie 
"a rischio” hanno visto peggiorare di molto le proprie) 

; ma e' comunque un fatto asuo modo “nuovo”. 
Seconda constatazione. Questa nuova collocazione 
nella “scala di valori di pericolosita'” usata 


dall'amministrazione penitenziaria comporta anche il 
fatto che il destino dei prigionieri comunisti viene molto 
di piu' delegato alle responsabilità' delle 
amministrazioni locali (“magistratie di sorveglianza, 
direttori etc.); mentre prima esisteva unferreo controllo 
centralizzato direttamente al governo. Ciò' comporta 
notevoli disparita' di trattamento dacarcere a carcere, 
senza che pero' ciò' possa piu' essere 
incontrovertibilmente ricondotto ad una precisa volontà' 
politica. L'esempio del permesso a Mario Moretti ha 
mostrato quanto questa differenza possa essere 
grande. La sua posizione, sia politica che di “qualifica 
penitenziaria”, e' sostanzialmente la stessa di Curcio 
(entrambi sono “declassificati” da qualche anno; non 
stanno piu' cioè' in sezioni di massimasicurezza, etc.) 
Il fatto che uno sia uscito in permesso e l’altro non 
dipende oggi quasi esclusivamente dalla corposa 
differenza esistente tra magistratura milanese e 
magistratura romana riguardo alle gestione delle 
“misure alternative alla detenzione”. Perquanti ancora 
oggi si trovano nelle sezioni speciali, naturalmente, i 
margini di discrezionalità sono anche maggiori. 
Terza constatazione. I prigionieri comunisti, anche a 
prescindere da questa situazione “penitenziaria" 
appena descritta, non costituiscono più da tempo un 
soggetto politico unitario. 

Le distinzioni più macroscopiche, quelle cioè con 
risvolti di posizione processuale e di relativa 
decurtazione delle “pene” (“pentiti", “dissociati”, ecc) 
hanno ormai da tempo prodotto i risultati percui erano 
sorte: quelle “categorie” sono da tempo in libertà, 
naturalmente dato che sono passati una caterva di 
anni, sono in libertà anche compagni onestissimi che, 
semplicemente, hanno... finito la "pena”! 

Il centinaio, o poco più, di compagni che ancora 
stanno “solidamente" dietro le sbarre è portatore di 
quasi altrettante idee e opinioni politiche. Ma si tratta 
di sfumature e differenze che investono unicamente 
l’ambito dell’opinabile, non quello del comportamento 
in stato di prigionia. 

Quarta e ultima constatazione. A meno che non 
intervenga un mutamento politico-legislativo eguale 
per tutti, tale da sottrarre il destino di questo centinaio 
e più di compagni alla capricciosa discrezionalità dei 
vari giudici nella penisola, è evidente che si rischia uno 
stillicidio di lentissimi passaggi individualizzati verso 
una condizione di prigionia meno restrittiva o aperta 
alle “misure alternative". 

La proposta di legge appena presentata in parlamento 
è politicamente un aborto, in quanto contin ua a misurare 
il conflitto armato degli anni 70 con il metro della 
“criminalità” anziché con quello della politica di un 
conflitto; “materialmente”poirischiadi cambiare assai 
poco nella situazione attuale, perchè l’entità delle 
“pene ersidue”, in questo quadro, è che la crisi del 


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regime è oggi tale da svuotare di significato ogni 
tentativo che ancora poteva essere fatto di porre i 
prigionieri sotto il ricatto dell’abiura in cambio di un 
trattamento migliore (ovvero, quello già previsto dalle 
leggi ordinarie!!!). Di ciò si sono resi conto persino i 
Pecchioli; il che è tutto dire. 

Non so se avete avuto modo di seguire in questi ultimi 
anni le discussioni che ci sono state intorno al problema 
di quale posizione il movimento era chiamato ad 
assumere sulla questione della liberazione dei 
prigionieri. Su questo, comunque, sia io che altri 
compagni presenti qui, a Trani e a Novara abbiamo 
avuto modo di intervenire spesso, in dialettica continua 
con le iniziative e i dibattiti di movimento. Il momento 
più significativo di questa discussione tra compagni 
prigionieri e movimento è stato, come certo saprete, 
il concerto tenuto a giugno proprio sotto ie nostre 
finestre da varie “posse”. Perciò rinvio tutto quanto è 
stato detto e scritto in questi anni (in cui ancora non 
dispondevamo, come ora, di piccoli computer; quindi 
riprodurre ex-novo tutto il materiale, come potete 
immaginare, porrebbe qualche problema pratico). 

Sul carcere "in generale”, invece non è che dal mio 
punto di osservazione possa dire moltissimo. I n tredici 
anni, infatti ho conosciuto soltanto sezioni speciali, di 
massima sicurezza; letteralmente non so nulla, se 
non attraverso i racconti che se hanno, di come si viva, 
quali problemi si abbiano, ecc, in un carcere “normale". 
So cioè quello che sanno tutti (sovraffollamento, 
sieropositività, tossicodipendenti, ecc). 

Perquanto riguarda “la nostra storia” il discorso, posto 
così in generale, sarebbe veramente lunghissimo da 
fare. Forse neppure troppo interessante, se non 
venisse incontro ad esigenze di conoscenza e 
discussione specifiche. 

Voglio dire che prendere parola e parlare può essere 
anche facile, ma bisogna vedere, secondo me, quali 
domande pone l'altro soggetto del dialogo (altrimenti 
sita un monologo che alla fin fine non fa fare un passo 
avanti allaconoscenza e all'interesse, no?). Perciò, se 
e come sarà possibile affrontare delle domande 
specifiche che partono dal vostro rapporto con la 
storia passata, sarò ben felice di dare il contributo che 
mi sarà possibile. 

Hasta siempre 
FRANCESCO PICCIONI 

*** 

Anche STEFANO SCARABELLA e MARIA PIA 

VIANALE ci hanno mandato delle cartoline postali. 
Maria Pia adesso èad Ancona. 


COSTANTINO 

PIRISI 


“Cari compagnie, 

ho ricevuto il materiale che mi avete mandato compresa 
la lettera allegata datata da Mi/21/1/93. 

Il materiale come sempre lo trovo molto interessante 
e vi ringrazio di tutto. Riguardo alla vostra specifica 
richiesta di contribuire alla discussione che volte 
aprire sul carcere e per una maggiore conoscenza 
dellequestioni interne e per una maggiore informazione 
personale vostra visto che siete giovani compagni e 
tante storie non le potete conoscere e per lottare 
insieme contro il carcere, vi avevo spedito una lettera 
diverso tempo fa e cioè non appena aveo ricevuto il 
precedente plico con i documenti e la lettera allegata 
dove esprimevate le stesse richieste diquesta sebben 
in forma più sintetica. Bene. 

Spero che nel frattempo vi sia arrivata la mia per cui 
aspetto una vostra risposta specifica in merito. Se non 
vi è giunta per motivi che non so ma che si potrebbero 
immaginare, vi prego di farmelo sapere in modo che 
vi mando la copia. 

Da qui non ci sono particolari novità al di là di quelle 
normali a tutti i braccetti di massima deterrenza 
oramai noti e nei quali si va concretizando il progetto 
di restrizione degli spazi di vivibilità. Si parla già che 
presto riprestineranno i colloqui con i vetri come già 
sperimentammo con PART.90 Non è anocra noto se 
questo sia un trattamento che riservano 
esclusivamente ai già gravati dall’ART. 41 bis oppure 
se lo allargano a tutti quelli che siamo nel reparto 
speciale. 

Ultimamente hanno finito i lavori di ristrutturazione 
delle sezioni, che sono consistiti nel dividere le sezioni 
a metà per mezzo di una vetrata antip. In pratica 
hanno fatto quello che negli altri speciali che era già 
stato realizzato da tempo. Perciò nulla di particolare. 
Bene, per questa non mi dilungo e, sperando che non 
si “perda per strada”, vi saluto anche a nome di tutti i 
prigionieri proletari bravi. Saluti comunisti e rivoluzionari 

COSTANTINO PIRISI 

VOGHERA 26 FEBBRAIO 1 993 


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Speciale Carcere 



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FRANCESCO 
LO BIANCO 


DOPO QUESTO LUNGO 
ARCO DI TEMPO 
TRASCORSO NELLE 
"PATRIE GALERE" LA 
SENSAZIONE CHE 
ANCHE LA NOSTRA 
MEMORIA INDIVIDUALE E 
COLLETTIVA ABBIA 
ASSUNTO I CONNOTATI 
DI "MEMORIA" 
IMPRIGIONATA, E' 

FORTE. 

RIPENSARE ALLE PROPRIE 
ESPERIENZE IN SENSO 
INDIVIDUALE E' QUASI 
IMPOSSIBILE: LA 
RIFLESSIONE LASCIA 
APERTA UNA STRETTA 
PORTA DEL PASSATO, DEL 
PRESENTE E DEL FUTURO, 
ED E' DIFFICILE SFUGGIRE 
AL CARATTERE TEORICO 
DEL RIFLETTERE. 


Mi è capitato l’altro giorno al “passeggio” di discutere 
una contorta questione di metodo. Si diceva che chi 
vuole “ rivoluzionare” fa riferimento ad una serie di 
idee “ astratte”, alla forza dell'utopia. Forse l'assenza 
di questa “congiuntura” di un’ idea positiva di futuro 
illumina la questione di vero valore. Mentre chi vuole 
“conservare'', fa riferimento a valori concreti. Di contro 
ad un futuro miglire fa da riscontro la concretezza del 
presente. Mentre le classi dirigenti quando si sentono 
forti e diventano aggressive incalzano il presente con 
un’ idea di passato. La restaurazione capitalistica del 
dopo “ muro” riecheggia i suoni della "santa alleanza", 
non è certo monarchico il modello, ma un capitalismo 
senza più rivali. La nostra generazione, ognuno di noi, 
pensa sempre di ritornare con la memoria al “ 
sessantotto " madre di tutte le nostre esperienze 
perchè in quel momento avemmo la sensazione che 
tutto era possibile. Ereditammo laconvinzione profonda 
che sono gli strati subalterni, più poveri, emarginati, i 
diversi che sono portatori di nuovi valori, in grado di 
concepire la lotta in modo estensivo, di andare al di la 
della propria specificità, ed innescare processi di 
emancipazione da far riconoscere l’intera umanità 
come genere. 

Forse si parlava di questo con Angelo Gracci, più 
maturo di una generazione, una lunga militanza che 
risale alla guerra partigiana. 

L’occasione del nostro rincontrarci al processo 
denominato “ “insurrezione”. La nostra conoscenza è 
antica, risale a quando ancora risiedevo in Calabria, 
forse il 66, un buon inizio perlastoria extraparlamentare. 
Ora eravamo in aula di tribunale Angelo G. in qualità 
di avvocato, aveva deciso, insieme a noi, di sostenere 
ladifesa politicadella nostra storia. Ci animava un’ansia 
di Verità. 

Eravamo arrivati pochi giorni prima a Rebibbia G7 e 
nell’aula del tribunale eravamo sparsi per una ventina 
di gabbie. 

Davanti a noi avvocati, giornalisti, qualche viso 
giovane. 

Nuove generazioni si affacciavano sulla scena della 
storia. 

Si ragionava sullo spirito che ci vuole diversi, che 
spesso una forte contrapposizione divide una 
generazione da un’altra. 

Il discorso in breve si spostò sull’elevata 
semplificazione che porta il nuovo ad identificarsi in 
opposizione al passato inteso come vecchio. 

Era un riflettere su noi stessi, il mancato passaggio di 
esperienza da una generazione ad un’altra. 
Revisionismo ed Estremismo, al di la delle delle 
diverse responsabilità storiche, sono state 
complementari, nel concorrere alla rottura 
generazionale. Come dire che " malattia infantile “ e “ 


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senile" si presentarono insieme e alla luce degli 
avvenimenti più recenti si sono rivelati il sintomo di 
qualcosa di più profondo. 

Solo ora che il cambiamento ha coinvolto i paesi 
dell’Est, la Germania, l’intera Unione Sovietica, ha 
modificato la totalità dello scenario mondiale, si ha la 
misura della profondità della crisi. Noi c'eravamo 
sentiti inadeguati. Inadeguati a difendere le ragioni 
della storia delie B.R.,ora l'inadeguatezza si faceva 
più grande nel difendere i principi dei comunisti, 
l’attualità del ruolo storico. 

Fino a quel punto si era riflettuto su un “ socialismo” 
che, nonostante gli errori, le deviazioni, non aveva 
conosciuto crisi di crescita. L’idea di un processo 
inarrestabile aveva finito per dominare gli elementi 
fondanti della teoria rivoluzionaria. Ora tutto assumeva 
una complessità nuova. 

L’aula del tribunale in quei giorni di ottobre ripeteva un 
rito sordo, che abbiamo visto ripetersi per oltre dieci 
anni. 

Decisioni prese in anticipo ed altrove venivano 
inscenate con poche convinzioni. 

Uno spettacolo unico sull'indipendenza dei poteri, 
così si distingueva la magistratura. 

Nessuno di noi ha il diritto di assumere la posizione di 
“ vittimismo” ce lo vieta l’etica combattente, maquesto 
paese ha assolto tutti, corrotti, stragisti, golpisti, piduisti; 
una strana intransigenza si rivolgeva, sola e unica 
eccezione, verso i comunisti. 

Ma questa è un’altra storia. 

Nei giorni seguenti tornammo, con Angelo, a parlare 
del “ nostro passato”. Ci accomunava un sentimento 
che in due momenti diversi della storia entrambi 
avevamo vissuto: quella di ’’ generazione tradita". 
Loro non erano andati in montagna per avere come 
risultato 40 anni di Democrazia Cristiana. 

Lanostra reazione ad unsognoinfranto.il ‘sessantotto" 
è stato decisivo per la scelta della LOTTA ARMATA. 
Una grande reazione ha receduto e si è moltiplicata 
per tutta la durata del 68 ed oltre. La tesi che vuole il 
paese spostato a destra ricorrendo alle stragi, da 
parte dello stato, che vuole una classe dirigente 
esternarsi nell'adagio di “destabilizzare perstabilizzare” 
è ormai autoconfessione/assoluzione. 

Penso che tra la commissione Anseimi sulla P2 e la 
commissione Gualtieri sulle stragi, c’è una massa di 
indizi e prove da tenere in galera la classe dirigente per 
i prossimi mille anni. 

Ma è ciò che non avviene, che agisce nel profondo di 
questo paese, nelle coscienze. 

Un processodi azione/reazione hafinito perinfluenzare 
i caratteri dello scontro di classe. 

Mi chiedo a distanza di tempo, quanto tutto ciò era 
inevitabile, quanto era possibile rispondere alla 


domanda di Gracci:” la nostra ingenuità di aver 
sbilanciato il rapporto tra azione e reazione, e per certi 
versi averfacilitato ileo mpitodeH’avversario nell’intento 
di isolarci dalle masse e mandare indietro l'intero 
movimento". 

Su questo secondo punto si erge tutta la critica della 
sinistra extraparlamentare alla Lotta Armata. Oggi 
tutto questo per me suona come doppia debolezza: 
debolezza teorica che oriento la prassi; debolezza 
nella poca capacitànel riflettere a posteriori del 
complesso movimento degli ultimi venti anni di lotta di 
classe. 

Per quanto si possadefinire uno specifico campo di 
responsabilità sull’esito della lotta, sul modo in cui si 
è conclusa l’immensa stagione di lotte che ora ci sta 
alle spalle, ci lascia oggi il compito immenso di ricostruire 
memoria storica e ridare fondamenti teorici alla 
prospettiva del cambiamento. 

L’esaurimento della spinta propulsiva dell'ottobre 
sovietico ci lascia in eredità un campo vasto di 
contraddizioni irrisolte di classe, stato, nazione, modo 
di produzione, democrazia, religione, famiglia ecc... 
Al colloquio si discuteva, con Fernanda, ancora una 
volta di metodo, sull’eccesso di semplificazione del 
movimento. 

La sinistra extraparlamentare aveva privilegiato 
'Tantimodello” quello di definire le varie problematiche 
appartenenti a campi opposti e inconciliabili. 

Questo metodo lo ritroviamo nella parte più popolare 
del pensiero Maoista li dove si definiscono ladicotomia 
fra bene e male, tra giusto e ingiusto, tra bello e brutto, 
tra proletariato e borghesia. Ma occorre precisare che 
nel pensiero di Mao le contraddizioni non stanno tutte 
sullo stesso piano. Una complessa logica distingue le 
contraddizioni principali dalle secondarie, quelle 
arretrate da quelle avanzate. 

Ci si domandava come ci si comporta di fronte ad una 
contraddizione come quella "Democratica". 
L'antimodello diventa insufficiente ad analizzarla. Se 
resta dimostrato che nè la democrazia, nè altre formule 
etico politiche sono riconducibili a verità dì ragione, 
rimane indicativo, ma non sufficiente, ricondurle 
piattamente a rapporti di classe e in generale al modo 
di produzione. Resta una forte astrazione che non 
crea coincidenza. 

Nella contraddizione invece c'è lotta. 

Tra la mercificazione, alienazione dei processi 
democratici e la rivitalizzazione in senso emancipativo 
c’è un modo oppostodi guardare allademocrazia:”uno 
verso la degradazione di merce e l’altra all'edificarsi 
dell’essere”. 

Oggi si rifkette sui danni della manipolazione del 
consenso da parte dei mass/media, della 
mercificazione del voto, sulla falsificvazione dei voti 


18 


Speciale Carcere 



ecn milano 


attraverso i brogli elettorali. Si proponeuna terapia di 
controllo, il tutto slitta sulla diminuzione del tasso di 
libertà a favore dell'efficienza. 

Rendere più agibile e svincolante le classi dirigenti nei 
confronti del consenso è la soluzione che viene 
proposta. 

Mi sembra che ci si avvìi a processi differenti, la 
tendenza a spostare la "sovranità popolare” dalle sedi 
dove ancora mantiene una capacità di giudizio, di 
controllo, di raziocinio, a quelle occasioni nelle quali la 
perde. 

Il disorientamento della sinistra rispetto alle Riforme 
Istituzionali è quasi totale, ne ha perso i riferimenti 
storici. Ha perso la memoria del movimento sfociato 
nei "Consigli di fabbrica” che alludeva ad una 
democrazia partecipativa. 

Ora che ritornano sulla scena del paese problemi 
etnici, reginalismi, come non ricordare la forza di 
"integrazione” del sessantotto, comre negli slogan 
operai “Nord e sud uniti nella lotta”, che non alludeva 
solo ad un’uguaglianzadi diritti, ma anche a un diverso 
modello di sviluppo. 

Come non pensare al grande movimento unitario 
Operai/Studenti che poneva al centro il sapere 
collettivo, la dialettica stretta tra lavoro manuale e 
lavoro intellettuale, il superamento delle differenze. 
Solidarietà ed internazionalismo a favore 
dell’autodeterminazione dei popoli, il risveglio delle 
coscienze come nuova alba dell’umanità. Si ponevano 
le basiche le "differenze" non siconnotassero in modo 
gerarchico, in un ascala di privilegi, nel dominio 
dell’uomo sull’uomo, l’eterno conflitto delle 
diseguaglianze. E’ su questa dualità di concepire la “ 
democrazia” che si è svolta una dura lotta per 
l’egemonia e sembra che la "democrazia come valore 
in sè” abbia conquistato in questo ultimo ventennio 
l'intero campo. 

Il venire a mancare dell’antico antagonista, Il deporre 
le armidellacritica da partedellademocrazia socialista 
rende quasi assoluta laconcezionedi superiorità delle 
"democrazie occidentali". Ora "nell'epoca del dopo 
muro” la democrazia nella forma occidentale si guarda 
alsuo interno, si chiede con euforia:quale evoluzione? 
Quale processo? Riflette dentro se stessa un’immagine 
perfettibile, perde l’incanto di un processo infinito, in 
eterna lotta. 

Si delinea nella perdita di alternativa sistemica, una 
immagine finita, compiuta. L’immaginare di risolvere 
problemi profondi con l’ingegneria istituzionale sembra 
aver conquistato anche a sinistra , consenso. 
Restano inascoltate persino quelle voci, che 
provengono dal pensiero liberal/democratico, che 
parlano di una democrazia nè perfettibile e nè 
generalizzabile, non esportabile nel rapporto Nord/ 


Sud del mondo. 

Ad incoraggiare una visione democratica, 
dell’accettazione come unadelle miglioriforme possibili, 
ha contribuito la scarsa fortuna che ha incontrato 
l'evoluzione di una democrazia socialista. 
Certamente hanno deluso i processi di 
burocratizzazione, gli apparati che hanno assorbito le 
energie partecipative. 

Lo scarso risultato nel sostituire nella sostanza ad un 
governo dei pochi sui molti, quello dei molti sui pochi. 
Il problema resta aperto! 

Mi è capitato di discutere di crisi economica in un 
momento in cui il capitalismo senza più "rivali”sembra 
destinato ad eternarsi ed essere solo il successore di 
se stesso. 

Ma ho anche notato molta insicurezza degli apologeti 
del "LIBERO MERCATO”, uno sfuggente dubbio che 
questo sia il migliore dei mondi possibili. 

La crisi che ha investito l’Est, tutt’altro che risolta, ora 
sembra aver investito l'occidente intaccando 
l'inossidabile modello americano. 

Questo rapido ricorrere un’economia di mercato da 
parte dei paesi ex Unione Sovietica, sembra aver 
aggravato le condizioni economiche piu che risolverle. 
Persino la tanto vezzeggiata Polonia ha perso 
consistente quote di mercato. L'Europa non fa 
eccezione. 

Rapidamente si è deposta una “Europa dei popoli” 
senza barriere in aiuto alle regioni più povere, si è 
trincerata con il trattato di Maastricht in un’Europa a 
due velocità. 

Gii economisti parlano chiaro: è la Bundesbank a 
dettar le regole, la forte economia tedesca. 

Una Europa ad egemonia tedesca è considerata da 
molti un risultato naturale dei nuovi equilibri geo/ 
politici e quando gli istituti unitari europei potranno 
bilanciare la supremazia, resta un mistero. 
Sull’Europa è calato un’inquietante silenzio, mentre la 
Germania ha recuperato la sua unità teritoriale e fa 
sentire il suo fascino su Polonia, Ungheria, 
Cecoslovacchia, Austria, e perchè no, anche sulla 
nostra Padania. 

Unacrisidicrescitahaportato ad un ridimensionamento 
dell'apparato industriale. 

La crisi/ristrutturazione influisce sugli equilibri interni 
del paese e si riverbera sula crisi istituzionale e 
riaccende acutizzandolo il diverso livello di sviluppo tra 
Nord e Sud. 

Il "federalismo leghista” coglie appieno il segno 
differenziale tra le due economie e dell’Europa delle 
due velocitàe sceglie la prima. 

Questa tensione si colora del folclore un po tragico 
della riscoperta etnica. 

Il "trasformismo” assume le vesti del “trasversalismo” 


Maggio 1993 


19 



ecn milano 


ed anche I partiti come il PDS sono cooptati nel creare 
un'alternativa, in grado digarantire stabilità alsistema, 
tra coalizioni di partiti di centro, tra progressisti e 
conservatori; ma l'immagine è poco credibile. 

I soggetti politici degli anni 70 si perdono nella nostra 
memoria, nei nostri conflitti ancora irrisolti, a sinistra, 
nella nostra incapacità dicomprendere cosasia l’epoca 
del “dopo muro". 

Come sia oggi il mondo del lavoro, in un sistema 
economico che, mentre crescono le capacità 
produttive, con esse crescono le diseguaglianzesociali, 
contemporaneamente decresce il numero degli addetti 
al processo produttivo. 

Una equa distribuzione incontra come limite l’eredità 
del diritto ottocentesco dell’inviolabilità della proprietà 
privata e di un capitale legato alle ferree leggi del 
profitto. 

Una società che ha moltiplicato la sua capacità di 
controllo nel regolare i conflitti sociali, non riesce a 
regolare il suo elemento più semplice: il capitale. 

Le forze produttive nel loro sviluppo pacifico hanno 
cessato di essere portatrici di progresso e liberazione. 
L’attuale mododiproduzione haben presto manifestato 
lasua vocazione ad essere portatore di nuove schiavitù, 
esasperando lo sfruttamento dell’uomo sull'uomo. 

La conferenza di Rio è illuminante: le nazioni 
rappresentate prendono atto che questo modo di 
produzione, dopo aver esasperato le relazioni tra gli 
uomini, tra ie classi, tra le nazioni e tra i popoli, ora 
lambisce le stesse basi stesse di riproduzioni della 
vita. 

Resta irrisolta la contraddizione: la possibilità di uno 
sviluppo compatibiletra i paesi poveri equelli ricchi, tra 
il nord e il Sud dei mondo. 

II “dopo muro" ha aperto la stagione del “disincanto”, 
l’irrefrenabile voglia di interpretare il cambiamento 
involutivo come superamento di un ottocento utopico. 
Mentre l’arretrare di molte contraddizioni dal luogo 
della loro risoluzione, inasprisce e rende più crudo un 
conflitto privo di ideologia. 

Ci si è trovati, in questi ultimi anni, con molte persone 
appartenenti ad altre culture, che mentre configurano 
un comuniSmo senza futuro, esprimono le stesse 
esigenze del comuniSmo. 

FORSE ABBIAMO BISOGNO DI NUOVE 
PAROLE. 

MAI COME OGGI IL CAMBIAMENTO 
PONE, DA PUNTI DI VISTA DIVERSI, LA 
STESSA MASSA DI PROBLEMI. 


Dal Lager di Novara 

Francesco Lo Bianco, gennaio 1993. 


S. MARIA 
MAGGIORE 
UN INCUBO 


1 . 4/5 anni fa, con un Decreto del Ministero di Grazia 
e Giustizia, Il Carcere di Venezia veniva dichiarato 
inagibile per la sua fatiscenza e per la mancanza di 
minimi standards igienico/sanitari: si tratta di uno dei 
peggiori carceri del Paese. 

Il Governo all’epoca stanziò anche una cinquantina di 
miliardi per la costruzione di un nuovo carcere in 
Terraferma. 

Non se ne fece nulla per l’indecisione del Comune 
nella scelta dell'area dove costruirlo. 

Si parlò anche, in alternativa, di ristrutturare la Casa 
di lavoro e il Carcere femminile della Giudecca per 
ospitare la popolazione detenuta di S. M. Maggiore. 
A distanza di anni, qualche mese fa, si è riproposta la 
questione con l’individuazione daparte del Comunedi 
un’area a Dese, tra l’altro soggetta a vincolo paesistico. 
Si parla delia costruzione di un nuovo carcere da 
centinaia di miliardi, supertecnologizzato e voltio al 
massimo isolamento dei detenuti. 

Le pressioni perchiudere il carcere di S. M. Maggiore 
sono molte e “qualificate”: politici, sindacalisti, avvocati 
e magistrati si sono riuniti più volte con N. Amato, 
Direttore degli Istituti di prevenzione e Pena. 

Gli unici che non vengono interpellati pare siano 
proprio i 215 detenuti, che tra l’altro in questi giorni 
stanno attuando lo sciopero della fame contro il 
sovraffollamento, in sintonia con la popolazione di S. 
Vittore e Rebibbia. 

Del resto l'area di S. M. Maggiore è molto appetibile. 
Si parla di insediare qui e nella adsiacente area della 
Manifattura tabacchi - in via di dismissio ne - la Cittadella 
della Giustizia, riunificando tutti gli Uffici Giudiziari 
sparsi per la città. Qualcuno teme che Venezia perda 
pure il Tribunale, l'Ordine degli Avvocati in primo 
luogo. 

Si parla di 400 miliardi per la costruzione del nuovo 
carcere in Terraferma, di quante altre centinaia per 
adeguare il vetusto complesso di S. Maria Maggiore 
per ospitare la Cittadella della Giustizia non è dato 
sapere. 

Del resto in tutta la zona Ovest della città si gioca ii 
futuro anche affaristico/speculativo (se non tangentizio) 


20 


Speciale Carcere 



ecn milano 


della città. Accanto al Carcere e alla Manifattura 
Tabacchi, altre aree dismesse o in via di dismissione 
quali l'area Italgas su cui la Regione intenderebbe 
concentrare tutti i suoi uffici, e prima su tutte la 
Marittima, rispetto la quale le mire dei "padroni della 
città” sono molte: nuova stazione paasseggeri, casinò, 
porticcioli turistici, etc. previsti dal Progetto Gregotti. 
COSA C' ENTRANO CON TUTTO QUESTO LE 
CONDIZIONI DI VITA DEI DETENUTI? 

IL CARCERE DI S. M. MAGGIORE E' ORRENDO ... 
ma sarebbe forse migliore un carcere nuovo in 
Terraferma, tutto cemento armato e pareti bianche, 
sistemi di sicurezza tecnologici e massimo isolamento 
? ? 

IL PROBLEMA E’ UN ALTRO II 

2. CONTRO LA CULTURA DELLA REPRESSIONE, 
DEL CARCERE E DELLE ISTITUZIONI TOTALI 

I carceri del nostro Paese stanno scoppiando, la 
popolazione detenuta, in due anni - da quando è 
entrata in vigore la Legge Russo Jervolìno sulle 
droghe - è raddoppiata. 

Secondo l'Istat, nel 1 990 i detenuti erano 26.1 50, già 
saliti a35.485 nel 1 991 . Al 1 5 Marzo del 1 993, informa 
il NMinistero di G. e G., sono arrivati a 49.471. 

Di questi, 20 mila sono stati già condannati, ma oltre 
26.000 sono in attesa di giudizio; la percentuale dei 
detenuti senza processo è ormai del 60%, mentre due 
annifa era "appena” del 35%. I tossicodipendenti sono 
iI31 %deltotale; isieropositivi il 7,5%; gliextracomunitari 
sono 7.041. 

Politici e Amministratori di tangentopoli sono “solo" 
200, nOn sono certo lotro lacausadel sovraffollamento. 
Ben 996 detenuti “eccellenti” hanno lasciato il carcere 
dopo poco, agli arresti domiciliari o in libertà provvisoria. 

II Governo, all'emergenza carceri, ha risposto con un 
Decreto che prevede più carceri, nuove assunzioni di 
personale di sorveglianza eparla di utilizzo dell'Esercito 
per la sorveglianza esterna. 

C' E' UNA CULTURA FORCAIOLA CHE IMPAZZA 
NELLA SOCIETÀ’: 

- una Legge liberticida che impone il proibizionismo sul 
consumo delle droghe che ha riempito le galere di 
disgraziati e lasciato spazio al mercato nero gestito 
dalla Mafia; 

- disegni di legge del Ministero della Sanità che 
prevedono il superamento della 1 80 e la riapertura dei 
manicomi; 

- finanziamenti senza controllo a comunità-lager alla 
Muccioli per il cosiddetto recupero dei tossicodipen- 
denti. 

Alle cosiddette "devianze” si risponde con più carcere, 
più segregazione. In una società tra l’altro dove tra 
disoccupazione, abbattimento dello Stato Sociale, 
etc., le “trasgressioni” non sono che destinate ad 


aumentare. 

DOBBIAMO DECARCERIZZARE LA SOCIETÀ! 
CONTRO IL CARCERE, APRIAMO PERCORSI DI 
LIBERAZIONE 

Noi non possiamo che appoggiare, sostenere e dare 
voce alla piattaforma dei detenuti di S.M. Maggiore in 
lotta - che tra l’altro non chiedono la chiusura del 
carcere e il trasferimento in terraferma: 

- La concessione di un sostanzioso indulto e di 
un’amnistiache risolvano, almeno momentaneamente, 
l’attuale gravissima emergenza carceri; 

- il minor uso della carcerazione preventiva e la 
sostituzione della stessa con gli arresti domiciliari; 

- la depenalizzazione dei reati minori, soprattutto di 
quelli legati alle tossicodipendenze; 

- il ritorno dei “benefici” della Legge Gozzini (semilibertà, 
lavoro esterno, etc.) con revisione immediata della 
Legge Martelli. 

NOI AGGIUNGIAMO: ABROGHIAMO LA LEGGE 
CRAXI -JERVOLÌNO VOTANDO SI’ AL 

REFERENDUM DEL 18 APRILE 

3. LIBERIAMOI PRIGIONIERI POLITICI DEGLI ANNI 
'70 

centinaia di compagni, protagonisti dei conflitti sociali 
e dello scontro di classe negli anni '70 sono ancora in 
carcereo costretti all'esilio. 

Questo difronte alòle stragi di Stato impunite, aGladio 
e alle altre bande armate di stato attivate in quegli anni 
per bloccare qualsiasi trasformazione sociale nel 
nostro Paese. 

Questo di fronte a tutto quello che sapevamo, ma che 
ora anche il Potere - nel tentativo di costruire una 
Seconda Repubblica tanto quanto repressiva della 
Prima -stasvelando:la“cupola"del sistema dei partiti, 
Andreotti e D.C. in testa, in connubio con la mafia. 

BISOGNA TROVARE UNA 
SOLUZIONE POLITICA PER I 
PRIGIONIERI DEGLI ANNI 70 
Bisogna riprendere il dibattito sulle 
carceri, appoggiare, dare voce e 
spazio alle lotte dei proletari detenuti. 

PER QUESTO STIAMO PREPARANDO UNA 
ASSEMBLEA CITTADINA 
PER QUESTO STIAMO PREPARANDO UN 
CONCERTO SOTTO LE MURA DI S. M. 
MAGGIORE PER IL MESE DI MAGGIO. 


Venezia, 31 marzo 1993 

CENTRO SOCIALE AUTOGESTITO 
MORION VENEZIA 


Maggio 1993 


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ecn milano 


LETTERE 
DAL CARCERE 

A CURA DEL COLLETTIVO 
CONTROSBARRE 
APRILE 1993 

FRANCESCO 

PICCIONI 

Carissime compagne e compagni, 

ho atteso qualche giorno prima di scrivervi per vedere 
se c’era qualche novità, ma anche perchè la situazione 
generale è tale che non riesco molto a pensare alle 
questioni di galera (e si che ci sto dentro e che sui 
giornali di questi tempi non si parla d’altro! direte voi). 
Vedere questa classe politica, cosi a lungo combattuta 
da tutti i proletari e comunisti del dopoguerra, finire 
tanto ingloriosamente sotto i colpi di unamagistratura 
per cosi tanto tempo complice, è uno spettacolo un 
po’ strano, visto da qui. Quel che sorprende è però il 
silenzio delle piazze, della sinistra sociale e 
antagonista: come se fosse sopresa a sua volta da 
tanto improvviso sconquasso. Probabilmente mi 
sbaglio, forse sono i giornali che non ne parlano, e 
magari tra un paio di giorni sarò smentito dalle 
dimensioni e dall'incazzaturadelloscioperogenerale: 
certo che se la classe non si muove per far sentire la 
propria voce ed i propri interessi in questo momento 
di debolezza estrema del vecchio sistema politico, e 
mentre ancora i nuovi padroni del vapore non hanno 
preso il loro posto, mi sembra forte il rischio che la 
piega degli avvenimenti penda un po’ molto a destra. 
Diciamo insommache spero proprio di essere smentito 
al più presto dallo sciopero generale quant’altro la 
classe tirerà fuori dalle sue inesauribili risorse. 

La situazione dei prigionieri comunisti non ha subito 
naturalmente alcun mutamento. Le "voci" che girano 
danno per relativamente imminente un passaggio 
parlamentare della legge sull'indulto (sulla quale credo 
d’avervi già scritto il mio parere): in quel caso, 
naturalmente, i cambiamenti sarebbero di una certa 
rilevanza. Gran parte degli attuali prigionieri sarebbe 
liberata o messa in condizioni di accedere agli istituti 
"normali” previsti della legge Gozzini: a quel punto il 
problema diventerebbe un attento monitoraggio dei 
comportamenti degli uffici localmente delegati a 


decidere sulla liberazione dei compagni (ovvero 
un'attenzione rispetto a casi di"renitenza a liberare" 
che singoli giudici potrebbero esser tentati di mettere 
in atto). 

Spostamenti e trasferimenti, in questa situazione, non 
ce ne sono praticamente più stati: solo casi singoli e 
momentanei di compagni per qualche processeti, 
per esami universitari o avvicinamenti percolloqui. La 
più tranquilla "normalità" sembra insomma essersi 
instaurata relativamente ai prigionieri politici. 

Resta parecchio “sgradevole” la situazione di de- 
tenzione a Novara e T rani, per motivi (come g ià vi scri- 
vevo l’altra volta" molto “locali”. 

Del tutto diversa la situazione nelle carceri "normali”. 
Gli episodi di protesta si sono parecchio moltiplicati 
negli ultimi tempi, ma hanno assai poco a che vedere 
con i precedenti degli anni 70. 

Le richieste vanno un po' tutte nel senso di un ripristino 
pieno dei benefici della Gozzini, con le ambivalenza 
tipiche di quella legge. Il dato interessante è però che 
questa volta non sono state sufficienti le "promesse” 
fatte dal governo (il disegno di legge annunciato 
qualche giornofasuunatimidariapertura delle "misure 
alternative alla detenzione"). 

Per l’appunto il fatto che per i reclutamenti di nuovi 
agenti fosse predisposto un decreto, mentre per i 
benefici fosse previsto solo un disegno di legge ( il cui 
iter è incomparabilmente più lungo), è stato cor- 
rettamente interpretato come una chiara e insop- 
portabile proprio a tutti I), ragion percui le proteste, nei 
modi civili e pacifici che caratte rizzan o l’attuale disg re- 
galissima composizione sociale dei detenuti italiani, 
sono necessariamente continuate. Vedremo se e 
come cambieranno le cose. L’impressione è che 
qualcosa, a livello della politica carceraria, dovrà 
necessariamente sbloccarsi (parlodi politica carceraria 
in relazione alla totalità dei detenuti italiani, 
naturalmente), perchè ormai tra sovraffollamento e 
discreditodellaclasse politica governante lasituazìone 
perla massa rischiadi diventare veramente intollerabile. 
Insomma, se si sono sentiti costretti a fare "promesse” 
di aperture”, significa che lo spazio di manovra deve 
essere diventato veramente poco. Il che è comunque 
una notiziola positiva. 

Idee per iniziative non è difficile averne, e di questo 
normalmente discutiamo con compagni e situazioni 
qui a Roma. Non ho molto chiaro come fare tra città 
diverse, a parte il coordinamento tra iniziative simili in 
città diverse esotto un minimo dicomunedenominatore 
politico. 

Diciamo comunque che in questo momento ogni 
forma di pressione sociale sui problemi del carcere è 
largamente positiva e trova, mi sembra, assai meno 
resistenze di prima (quando sono loro che devono 
venirci, pare, si preoccupano molto più del fatto che il 
carcere "non sia disumano"). 

In particolare sulla liberazione dei prigionieri comunisti 
èilmomentodiiniziativediqualsiasitipo che “ricordino” 
l'urgenza del problema ( visto che a quanto pare c’è 


22 


Speciale Carcere 



ecn milano 



ormai sufficientemente consenso nell’ 
“mondo politico parlamentare” sulla que- 
stione: il problema diventa semmai quello 
di impedire che “passi loro di mente”, 
presi come sono dai tanti problemi di na- 
tura simile e che li toccano direttamente). 
L’unico favore che mi sento di chiedervi è 
questo, se vi è possibile scrivermi l’indirizzo 
della rivista decoder e di shake. Leggo sui 
giornali che si occupano in varia misura di 
computer e temi legati alle nuove tec- 
nologie, e siccome nel nostro piccolissimo 
anche qui ci stiamo mettendo al lavoro 
con questi aggeggi ci piacerebbe leggere 
e discutere con chi ci capisce tecnica- 
mente abbastanza e mantiene un punto 
di vista teoricamente e politicamente 
critico. 

Essendo naturalmente tagliati fuori da 
ogni possibilità di comunicazione “tecno- 
logica” l’unica alternativa è quella della 
vecchia classica letterina e francobollo. 
Ve ne ringrazio fin da adesso. Per il resto 
a risentirci a presto un forte abbraccio da 
estendere atutte le compagne e compagni 
che lavorano con voi. Hasta Siempre 

Da Rebibbia il 31 /marzo/93 

FRANCESCO PICCIONI 


MASSIMO 

DOMENICHINI 


Care compagne, adorabili mammine, 

ho ricevuto nei giorni scorsi due vostre lettere, e , qualche tempo 
fa, un vostro vagli (di 100.000 lire): desidero ringraziarvi di cuore 
per esservi ricordate anche del sottoscritto, e per un gesto di 
solidarietà. A dire il vero mi sento un po’ in colpa con voi: avevo 
ricevuto un’altro vostro vaglia l’anno scorso, ma pur ripromettendomi 
di scrivervi, ho sempre rinviato, senza riuscire poi a farlo. 

Spero capirete, era il periodo della morte di Nicola Giancola e non 
avevo testa per scrivere come avrei voluto. 

Comunque vi ringrazio di nuovo, anche per l’anno scorso, e spero 
non vi dispiaccia se provvederò a mandare quei soldi ad un altro 
compagno che, in carcere, ha sicuramente più bisogno di me. 
Per mia fortuna ho la possibilità di lavorare qui a San Vittore, non 
mi manca il necessario, e mi sembra più giusto così. 

Perii resto che dirvi? Ci sarebbero proprio tante cose da raccontarsi 
per conoscere meglio le rispettive realtà, per confrontarsi e capire 
le rispettive esperienze, posizioni ed opinioni politiche maturate in 
questi anni. Improbabile farlo percorrispondenza.percui preferisco 
rimandare a tempi migliori sperando di potervi incontrare un 
giorno, forse neanche troppo lontano. Un forte abbraccio. 

Da SAN VITTORE 6/4/93 

MASSIMO DOMENICHINI 


Maggio 1993 


23 




ecn milano 


LUCIANO 

BONAFINI 

Ciao compagni e compagne, 

ho ricevuto il vostro materiale, grazie! Vengo subito ad 
un problema che esiste e vive in noi detenuti comuni, 
anche se simpatizzanti, come lo sono io, della sinistra 
(estrema) e cioè al fatto "condono, indulto” che è la 
stessa cosa, cambia aggettivo non la sostanza. 

Da parte mia, sono d’accordo che escano tutti i bravi 
compagni detenuti delle varie carceri d'italia, è giusto, 
anche perchè cosi chiamata “emergenza” non esiste 
più. 

Ho parlato qui con altri detenuti per una loro 
discussione, niente, ho fatto leggere la proposta 
dell’indulto e le reazioni sono state varie, di tipo, anche 
loro hanno commesso reati comuni e non è giusto 
escano solo loro, o altro, perchè loro si e noi no? Mi 
sono messo nella testa le loro reazioni e spiegazioni 
e non ne ho, se non quello che i compagni devono 
uscire, o che comunque il loro fine pena non sia più 
mai, ma che sia una vera speranza, anche se la legge 
663/86 “Gozzini” è stata tappata con la scusa 
dell'emergenza mafia. 

Di conseguenza i detenuti comuni desiderano sapere 
se l'indulto o il condono viene ampliato anche per loro. 
E’ ovvio che ne usufruirei e di conseguenza esser di 


nuovo in libertà con i benefici della legge Gozzini. 

E’ successo un brutto pestaggio sabato 1 7/aprile/93 
da parte delle guardie ad un detenuto, si sentiva 
urlare, qui è all’ordine del giorno prendersela con un 
detenuto, dato che sono frustati psicologici. 

Quello che è il brutto è che la maggior parte dei 
detenuti se ne sbattono, questo è il tragico! lo gli ho 
urlato boia, ma non hanno accertato la mia 
provocazione, lo sanno che gli pianto un casino che 
metà basta. 

Non riesco a farmi trasferire a Padova-T reviso le sto 
provando tutte, scioperi della fame, casini vari, scritto 
dappertutto, niente da fare e qui il carcere di San 
Gimignano è invivibile, chiusi in cella se non nelle ore 
deH'aria, mancanza di una biblioteca se non per una 
50ina di libri raccolti a ruffa, socialità poca o niente, 
telecamere in tutti i buchi impossibile, basta anche uno 
per ogni cella, è apposta! E’ un casino questo carcere, 
preferirei il carcere di Belluno che è punitivo e di 
massima sicurezza, nell’82/83 ci sono stato e nell'ala 
di massima sicurezza c’erano quei delatori politici di 
Prima Linea e qualche, ora ci sono i mafiosi. 

Però meglio 11 nel punitivo che qui a subire, senza 
poterfar niente. E noi siamo il prodotto del capitalismo 
allo sfascio, costretti a viverci la storia con tutte le 
contraddizioni della stessa storia - e nostra. 

Cari compagni e compagne vi saluto a pugno rosso 
chiuso 

da San Gimigliano 19/4/93 

LUCIANO BONAFINI 



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Speciale Carcere 




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TERESA ROMEO 


Ciao mamme, 

scusate il ritardo, ma pure se è difficile da spiegare il 
tempo qui dentro vola. E purtroppo non sempre in 
modo fruttuoso, in ogni caso siamo qui, le solite dieci, 
dopo i trasferimenti di cui sapete la situazione è 
stabile, per ora. Per il resto niente di particolare a parte 
il fatto che come in tutte le altre carceri si risente un 
pochino della “crisi" di fondi ( i loro) quindi un po' di 
freddo (termosifoni spenti in anticipo) e riduzione dei 
lavori. 

Niente di tragico, in ogni caso - è oro rispetto ad altre 
situazioni - e non parlo solo di vivibilità interna vedi la 
situazione di Novara da quasi quarantun'anni-ovvero 
ogni scusa e' buona! Caso mai ci dimenticassimo 
anche solo per un attimo con chi abbiamo a che fare. 
Volevo chiedervi di mandarmi il materiale di contro 
informazione sull’AIDS e in particolare avevo letto un 
librettino dei compagni del centrocon un ottimo lavoro 
sul tema (aveva la copertina gialla, ma non ricordo il 
titolo) sopratutto di informazione, con spiegazione dei 
termini medici di uso corrente e inquadramento della 
questione sia dal punto di vista medico che sociale. 
Fate voi - tutto ciò che ritenete utile - a presto con 
affetto. 


LUCIANO 

FARINA 

Ciao compagne e compagni, 

ho ricevuto il vostro bustone con i 3 fascicoli ECN e le 
lettere allegate. Naturalmente mi ha fatto piacere 
leggere i materiali e aspetto come preannunciate la 
prossima spedizione con Incompatibili, Falastin, la 
lotta continua ecc. 

Si, avete ragione, i vecchi trasferimenti hanno fatto si 
che ora i prigionieri rivoluzionari sono concentrati qui 
aTrani, a Novara, a Carinola, mentre al femminile oltre 
a Latina e Rebibbia ora si aggiungono pure Messina 
e Carcere Montecristo in Provincia di Ancona, dove 
sono state trasferite due compagne. 

Qualche altro compagno è appoggiato a Rebibbia ( G 
12 ) per processi, esami... Ma a parte queste scarne 
notizie che sicuramente già conoscete avremo modo 
di parlarne un po’ meglio della situazione reale dei 
prigionieri rivoluzionari anche perchè i media e lo stato 
in questi ultimi tempi ovviamente lavorano a deformare 
la realtà e sviluppano nuove campagne di 
smemorizzazione con tanti ex rivoluzionari che non a 
caso si prestano al gioco. 

Un abbraccio a tutti, tutte Hasta Siempre. 


Da Latina 5/4/93 

TERESA ROMEO 


DA TRANI 

LUCIANO FARINA 



Maggio 1993 


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ecn milano 


MARCO 
CAMENISH 
(MARTINO ) 

Carissime e carissimi, 

oggi mi è stato consegnato il vostro vaglia, inutile dire 
del mio grande piacere di questo vostro segno di 
solidarietà!! Datoche CC eco, ad iniziare dalla matricola 
del San Vittore hanno pasticciato con la miatraduzione, 
sono arrivato qui a Livorno quasi a mezzogiorno del 
26, giorno del LORO processo, che cosi è stato 
rinviato al 22 aprile (appena arrivato alla porta, mi ha 
mostrato la vostra assicurata, ma nella confusione 
non ho guardato i mittenti, sapendo la prassi del 
dopo.)! “disguidi” forse erano appositamente prodotti 
perchè troppe erano le persone solidali in attesa 
davanti al tribunale... 

Non so come andrà a finire con la mia assegnazione, 
forse se la giostrano fra le direzioni di Milano, e 
Livorno., vistoche lunedì 22/3 michiamo la magistrata 
disorveglianzainformandosiaummaumma a Livorno 
ci fossero delle persone affini nel senso delle dichia- 
razioni dello sciopero della fame. 

Se mitornano in quel buco dovrò/riprenderò laprotesta 
con maggiore esperienza e determinazione, iniziando 
a non firmare per la sezione di m.s., così mi dovranno 
pure isolare. Questo perchè è oltremodo dura scio- 
perare in compagnia mangereccia, sia per chi non 
mangia che per mangia. 

Del vostro recapito ho giàsentito, o meglio letto, in una 
lettera del compagno Costa Pirisi , al quale è stato 
sequestrato un documento più allargato mio sullo 
scioperodi S. Vittore ed oltre , che penso avrete/ avete 
potuto leggerecon la motivazione marcia “puòcostituire 
pericolo per l'ordinato svolgimento per la vita 
carceraria." 

Il documento gli è stato mandato da compagni, al 
quale ho chiesta di copiarlo e farlo girare. Si sono 
ribellati, giustamente, ed un loro scritto di protesta/ 
diffida (rivolto al Mag.disorveglianzadi Voghera) sarà 
pubblicato sulla Stampa Anarchica. 

Ci vogliono far crepare, seppellendoci vivi?! Non gli 
riuscirà fin tanto sia dentro che fuori, continueremo a 
lottare e rivendicare il nostro dissenso a loro signori 
dittatori e padroni della morte! Perciò anche vi abbraccio 
con grande gratitudine e fratellanza. 

Saluti Rivoluzionari 

Da LIVORNO 30/3/93 

MARCO CAMENISH (MARTINO ) 


Carissime/i compagni, 

brevemente vi comunico che il 7/4sonostato ripostato 
qui e logicamente ho già in matricola ridichiarato lo 
sciopero, sta volta ad oltranza, ed ho rifiutato di 
firmare la compatibilità con gli altri differenziati, 
altrimenti sarei di nuovo stato messo in compagnia di 
cibo e di chi lo mangia. 

Ora sono al quarto piano, dove stanno quelli del 41 
BIS, ed ho una "reggia” a quattro posti tutta per me... 
Non mi dilungo sul processo: hanno dato 12 anni, 
richieste P.M. 15, “pago ,, untraliccioelesioniaggravate. 
Il P.M. è appellante, una bombola “trappola” che 
secondo loro avrei fatto io sarà cucinata a parte. 
Costa P. è di nuovo a Voghera, dopo un giretto per 
processo. 

1/Le compagne/i del bollettino mi hanno mandato ricca 
lettura degli scritti ecc. di Mao Tze Tung. 

Finalmente mi farò un po’ di cultura. In attesa tso 
(trattamenti sanitari obbligatori) mi farò risentire. 
Saluti libertari e rivoluzionari. 

DA SAN VITTORE 9/4/93 

MARTINO (MARCO CAMENISH) 


Cari compagni/e 

vi invio: 6 fogli - traduzione della dichiarazione della 
RAF dopo il botto al carcere e due fogli di una pano- 
ramica ed uno con un ulteriore dichiarazione sullo 
sciopero della fame. 

Mi sono permesso di far girare dai/dalle compagni e 
compagne dentro/fuori il contributo dei compagni di 
Voghera da voi pubblicato. La traduzione del docu- 
mento RAF è parziale come l’avevo a disposizione, 
pubblicato da un giornale. 

Ho fatto del mio meglio, non è certamente un ottimo 
lavoro, ma vi assicuro, onesto e serio e l'ho fatto con 
piacere, comunque è perchè di contenuto secondo 
me di grandissima importanza e stimolo. 

Ma forse avrete già tutto e fatto meglio. 

Sono di nuovo in compagnia di chi mangia “sovraf- 
follamento" firma o non firma (povero illuso che ero...) 
ciò nulla toglie alla mia determinazione, è solo un filino 
più dura... Vi abbraccio con affetto e solidarietà 
rivoluzionari. 

DA SAN VITTORE 18/4/93 

MARTINO (MARCO C.) 


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Speciale Carcere 



ecn milano 


Al RESPONSABILI 
SANITARI DEL 
CARCERE DI SAN 
VITTORE E 
DELL'OSPEDALE 
CIVILE DI TURNO 
ALLE ISTITUZIONI 
RESPONSABILI - 
MINISTERO - 
DIREZIONE DI 
SAN VITTORE 
MAGISTRATI DI 
SORVEGLIANZA 
ALLE PERSONE 
DISPONIBILI 
INCARICATE DI 
TUTELARE / 
DIFENDERE I MIEI 
DIRITTI / LA MIA 
VOLONTÀ' 


ALLE PERSONE / 

STRUTTURE 

POLITICAMENTE 

UMANAMENTE 

SOLIDALI 

IO, Marco Camenish nato il 21/1/52 nato Schiech, 
dichiaro che comunque, ma con maggiore 
determinazione, ancora nel caso specifico e del 
percorso dello sciopero della fame: 

1) iniziato il 1/02/93 e temporaneamente interrotto il 
22/2/93, rireso il 7/4/93, e che terminerò 
volontariamente solo ed esclusivamente ad avvenuta 
assegnazione ed in attesa di trasferimento in altro 
carcere di ms minimamente vivibile, e con possibilità 
di convivere con altri prigionieri politici 

2 ) diventato estremo e necessario mezzo di difesa e 
lotta per la sopravvivenza psicofisica, dopo il rifiuto di 
2 istanze di trasferimento dal carcere di ms in carcere 
minimamente vivibile e con la possibilità di convivenza 
con altri prigionieri politici e con struttura adatta 
detenzione lunga e non da isolamento/transito come 
la sezione di ms del San Vittore - RIFIUTO qualsiasi 
imposizione di interventi sanitari quali accertamenti/ 
cure/alimentazione coatta. 

VIETO assolutamente a chiunque di intervenire 
quando, per deperimento dovessi perdere lafacoltàdi 
intendere e volere e soprattutto .anche in questo caso 
VIETO qualsiasi alimentazione artificiale e coatta 
Inoltre, in caso di decesso del sottoscritto desidero 
che oltre da personale sanitario incaricato dalle 
istituzioni, siano accertate le cause di un eventuale 
decesso anche da un medico di fiducia dei miei 
familiari e VIETO assolutamente qualsiasi prelievo, 
espianto, di organi del mio corpo. 

DA SAN VITTORE 1 9/4/93 

MARCO CAMENISH 


Maggio 1993 


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Riceviamo e pubblichiamo una 
traduzione che un nostro lettore ha 
fatto di un articolo apparso su un 
giornale svizzero di parte della 
rivendicazione attuata in Germania 
dell’attentato al carcere di Weiterstadt. 

DALLA 

ROTE 

ARME E 

FRACTION 

SULLA 

SITUAZIONE 

DELLA 

SINISTRA 

IN RFT 

ED IN 

EUROPA 


* Siamo tesi verso un processo, nel quale può 
svilupparsi contropotere sociale dal basso e da questo 
nuove concezioni per un processo di sovvertimento 
rivoluzionario. Questo richiede una discussione fatta 
da persone diverse che creano basi nuove e criteri 
comuni. Si tratta della costruzione di un contropotere 
sociale capace di immettersi come unaf orza rilevante 
in una nuova lotta internazionale per il sovvertimento 
delle condizioni distruttive capitalistiche. 

Si tratterà della comprensione peresteso della mutata 
realtà internazionale ed interna alla società e con ciò 
anche di collaudare per bene tutti “i ferrovecchi dell’ 
armamentario concettuale (della sinistra)", perché 
solo con un confronto profondo sarà possibile proporre 
terreni di dibattito per abolire le condizioni esistenti in 
modo rivoluzionario. E solo da questo processo 
possono nascere nuove risposte alle questioni dei 
mezzi di lotta e delle forme concrete dell’organizzarsi. 
T uttora questo processo ha per noi la più grande prio- 
rità. La sua necessità è percepibile in ogni attimo, se 
teniamo presente il vertiginoso sviluppo distruttivo del 
sistema capitalistico. Giàdatempo questo sistemaha 
prodotto emarginazione, miseria materiale e sociale e 
la morte di milioni di persone nelle zone "sottosvilup- 
pate" (trikont). Oggi, lo sviluppo della progressiva crisi 
immanente a questo sistema è arrivato ad un punto al 
quale non è più possibile rimuovere nemmeno la 
distruzione delle basi vitali nelle metropoli stesse, 
dove la miseria sociale e materiale è una realtà per 
sempre più persone. In questasituazione, la mancanza 
di una sensata alternativa sociale, intesa come forza 
sociale, ha delle conseguenze catastrofiche. 

Mentre lo stato fomenta e favorisce l’escalation e la 
diffusione di mobilitazioni razziste e fasciste nella 
società ed è riuscito, aizzando miratamele contro i 
profughi, a canalizzare gran parte delle prorompenti 
contraddizioni in una direzione reazionaria, la situazione 
dallapartenostraètuttoracaratterizzatadaisolamento 
e disorganizzazione .... 

* Il confronto sul razzismo sicuramente sarà parte 
importante nella costruzione di un contropotere dal 
basso - un confronto che non può rimanere nel ghetto 
o posto per tracciare limiti rigidi nei confronti di altre/ 
i, ma come questione da porre alla propria coscienza, 
sul come ognuno/a desidera essere e quale sviluppo 
sociale desidera ... 

Ladistruzionedelsocialetralepersoneèlacondizione 
per il razzismo. Questa distruzione passa attraverso 
un quotidiano di 24 ore di produzione e concorrenza, 
base del sistema capitalistico, nel quale le persone 
sono state depredate dei propri valori, per lasciare 
spazio ai valori funzionali al capitalismo. 
Perlamaggioranzadelle persone, èdiventato normalità 
passare tutta la propria vita secondo un ritmo ed uno 


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Spedale Carcere 



ecn milano 


stress totalmente predeterminato, che non lascia 
alcuno spazio per la creatività ed il piacere di vivere. 
Ne è testimone il fatto che in questo sistema tutto 
diventa merce, anche il corpo, e questo costringe 
ovviamente soprattutto le donne a presentare il loro 
coro come merce che viene consumata o anche 
rifiutata dagli uomini.... 

Creare mille divisioni è stato da sempre la condizione 
per il dominio del sistema capitalista sulle persone. 
Questo processo di distruzione ha ora raggiunto una 
dimensione che slitta in una lotta cieca e scriteriata di 
ognuno/a contro tutti/e ed ognuna/o. 

Coscienza razzista ed, a maggior ragione, il processo 
di distruzione interno della società non possono che 
essere aboliti/invertiti con lotte nelle quali si creano ed 
agiscono vaiorie rapporti sociali. Solo alPinterno ditali 
lotte è nuovamente concepibile una prospettiva di 
sviluppo rivoluzionario. Odalla sinistra -con ciò inten- 
diamo tutte/i quelli che sono alla ricerca di vie per im- 
porre qui e globalmente una vita degna di essere vis- 
suta - emerge una nuova prospettiva che abbia il suo 
effetto nella società o la “prospettiva" non rimane che 
dall’altra parte, quella destra e fascista. O si sviluppa, 
partendo da noi, (la sinistra), un movimento di base 


dal basso, caratterizzato da solidarietà e giustizia, 
dalla lotta contro il gelo sociale, la mancanza di pro- 
spettive o la miseria, o le contraddizioni prorompenti 
continueranno a rimanere distruttive e la violenza di 
ogni persona contro ogni altra si diffonderà ed au- 
menterà. 

* C’è chi nella sinistra non si vuole confrontare con le 
questioni dello sviluppo sociale, questioni poste non 
solo da noi in questi termini, adducendo che ciò sia 
riformista. Per una nuova definizione di politica rivo- 
luzionariaqueste pseudo-discussionisul rivoluzionario 
o riformista non sono di alcun valore ed utilità reale; 
arroccandosi ed insistendo su delle vecchie ed atem- 
porali chiarezze, nessuno troverà delle risposte alle 
questioni attuali. Le reciproche conferme della ne- 
cessità che la rivoluzione debba essere internazionale 
sono delle banalità che non servono a nessuno, 
nemmeno ai popoli del sud e dell’est (...) 

La condizione per una nuova definizione di politica 
rivoluzionaria è che si ritrovino, riuniscano, organizzino 
ed agiscano quelle persone che veramente si vogliono 
reciprocamente conoscere, ammettere e sviluppare 
nuovi pensieri. 

* Da quando, un anno fa, abbiamo ritirato 
l’escalation da parte nostra, lo stato invece ha 
parzialmente addirittura acutizzato la perse- 
cuzione di avversari/e politici/che al suo sistema, 
tra le persone progressiste: tentativi isolati di 
conquistare spazi per uno sviluppo diverso ven- 
gono tuttora abbattuti. Un esempio lampante è 
stato il tentativo di impedire sul nascere il cont- 
rocongresso al summit economico mondiale a 
Monaco olacriminalizzazione delle forme di orga- 
nizzazione antifasciste. (NDT: segue una parte 
dedicata all'uso da parte dello stato tedesco del 
fenomeno nazista) 

Inoltre lo stato sta conducendo una crociata di 
vendetta contro i vecchi comunisti ed antifascisti. 
Tutta l'esperienza di resistenza sviluppata nel 
corso di questo secolo deve essere estirpata. E' 
esattamente questa la condotta dello stato nel 
trattamento delle nostre compagne/i in galera. 
Spesso siamo stati criticati proprio per aver, nella 
nostra dichiarazione dell’aprile dell'anno scorso, 
connesso la nostra decisione alla “cesura" 
(einschnitt) con la situazione delle persone in 
carcere e con ciò alla volontà statale di annien- 
tamento. 

Da sempre però abbiamo motivato la "cesura" 
della nostra storia con la necessità dello sviluppo 
di basi nuove, ed abbiamo anche detto che questa 
necessità esiste indipendentemente dall'azione 
dello stato. Ma già in partenza non era dato di 



Maggio 1993 


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ecn milano 


sapere quale sarebbe stata la reazione dello stato al 
nostro “allentamento della pressione”. Abbiamo perciò 
lasciato aperta la possibilità di porre dei limiti alla 
volontà di annientamento dello stato minacciando di 
intervenire se necessario. (...) 

Appena rimossa la nostra pressione lo stato ha deciso 
l’escalation inconfronto ai/alle prigionieri/e. Nondevono 
essere riunite/i per non poter intervenire nei processi 
di discussione e sociali - ed ancora meno devono poter 
uscire. Devono tuttora essere annientate/i, e le loro 
esperienze di lotta essere tenute lontane da altre/i. 


li sta torturando con l'isolamento - combattiamo per la 
libertà delle nostre compagne/i in prigione. 

Non diremo mai: ora siamo alla ricerca di una nuova 
strategia, e nel frattempo loro non c'entrano nei nostri 
concetti. Non potremmo mai nemmeno considerare 
un nuovo inizio e lo sviluppo di nuove concezioni 
scollegati dalla questione di come conquistare la 
libertà delle nostre compagne/i catturate/i in 22 anni di 
lotta. Sono in isolamento totale o di piccoli gruppi da 
22 anni, 18 anni, e non ci piove: TUTTI/E DEVONO 
USCIRE E SUBITO (...) 


* E’ chiaro che ci vuole una decisione politica dello 
stato per attuare il passaggio da un rapporto di estir- 
pazione ad un trattamento politico della questione 
prigionia politica. 

Evidentemente ci sono mille questioni irrisolte. Non ha 
ancora avuto inizio una discussione solidale, a partire 
dalle esperienze delle lotte degli ultimi 25 anni per 
poter sviluppare conclusioni per il futuro e criteri 
comuni. Ma ci sono principi e cose scontate che non 
devono essere discusse, e che sono per noi basi di 
partenza elementari: per esempio il nostro rapporto 
con le/i prigioniere/i ed il fatto che lo stato da 22 anni 


* Con il commando Katharina Hammerschmidt 
abbiamo fatto saltare la galera a Weiterstadt impe- 
dendo così per anni che vi possano essere rinchiuse 
delle persone. Con questa azione vogliamo contribuire 
a quella pressione politica che può produrre crepe 
nella condotta dura nei confronti delle compagne e dei 
compagni prigionieri/e e che può far indietreggiare lo 
stato di fronte alla questione specifica. Ma per imporre 
la loro libertà ci vogliono iniziative diverse e svariate di 
tanti/e. L'anno scorso abbiamo tentato, malgrado la 
“cesura”, di mantenere la pressione politica da parte 
nostra, con la minaccia di intervenire. Ma quel che 
avrebbe potuto essere forzadeterrente 
e limitante è stato smontato purtroppo 
proprio da compagni/e della sinistra 
radicale. Con la nostra azione abbiamo 
ristabilito nuovamente questa pressio- 
ne ed attualizzato la minaccia. Pensia- 
mo che questo possa essere utilizzato 
(NDT: segue una descrizione del car- 
cere in costruzione, come modello della 
nuovaformaprigione-tecnologizzata). 

Commando 

Katharina Hammerschimdt 

RoteArmee Fraktion, 30/3/1 993 


P.S. Sostenere che avremmo tutelato 
la vita del personale di guardia e dei 
ranghi subalterni della giustizia solo 
per 'temporanei motivi tattici” (...) è 
naturalemente una menzogna. La RAF 
non ha alcun interesse a ferire o 
uccidere gente come questa. 

Questa menzogna si allinea col fatto 
che la procura federale tace i cartelloni 
di segnale di pericolo, con i quali 
abbiamo isolato largamente l’area 
circostante il carcere - visto che di 
solito la procura ama sbandierare 
anche l’ago per fini investigativi. 



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Speciale Carcere 




ecn milano 


FUORI DA SANTA MARIA 
MAGGIORE 

NO ALLA COSTRUZIONE 
DEL NUOVO CARCERE A 
MESTRE 

CONTRO LA CULTURA 
DELLA REPRESSIONE, DEL 
CARCERE E DELLE 
ISTITUZIONI TOTALI 

Le carceri del nostro paese stanno scoppiando, la 
popolazione detenuta, da quando è entrata in vigore 
la legge Russo Yervolino è raddoppiata. Unadi queste 
è Santa Maria Maggiore. Negli ultimi mesi molto si è 
detto rispetto alla sua chiusura ... Si parla però della 
costruzionediunnuovocarceredacentinaiadi miliardi, 
supertecnologizzato e volto al massimo isolamento 
dei detenuti. Le pressioni per chiuderlo sono molte e 
“qualificate”: politici, sindacalisti, magistrati. L’area di 
Santa Maria Maggiore diventerebbe appetibile per 
vaste speculazioni .... Cosa c’entra tutto questo con le 
condizionidivitadeidetenuti.chefra l'altro ultimamente 
hanno attuato degli scioperi della fame contro il 
sovraffollamento come a San Vittore e Rebibbia? Il 
carcere di Santa Maria Maggiore è orrendo ... ma 
sarebbe forse migliore un carcere nuovo in terraferma, 
tutto cemento armato e pareti bianche, sistemi di 
sicurezza etc...? 

Perquesto appoggiamo e diamo voce alla piattaforma 
dei detenuti di Santa Maria Maggiore che chiedono 
l’indulto ed un amnistia, un minoruso della carcerazione 
preventiva, ladepenalizzazione dei reati minori, ritorno 
ai “benefici” della Gozzini. 

A questo aggiungiamo la lotta per l’abrogazione di 
tutta la legge Russo Jervolino, per l’apertura di spazi 
di libertà, per il superamento del carcere e di tutte le 
istituzioni totali. 

Infine non dimentichiamo che dentro le carceri e in 
esilio stanno centiania di compagni protagonisti dei 
conflitti sociali degli anni settanta rispetto ai quali 
rivendichiamo la liberazione. 

LUNEDI’ 3 MAGGIO AL CENTRO SOCIALE MORION 

ore 21.00 

ASSEMBLEA 

SABATO 8 MAGGIO ORE 19.00 CONCERTO 
DAVANTI A SANTA MARIA MAGGIORE 
DOMENICA 9 ORE 11.00 DAVANTI AL CARCERE 
CONFERENZA-STAMPA- ASSEMBLEA CONLUCIO 
MANISCO 

C.S.A. MORION 


ANCORA 

REPRESSIONE PER 
SEI COMPAGNE 

DETENUTE 

E’ passato sotto silenzio il trasferimento avvenuto a 
settembre di alcune compagne dal carcere di Latina 
ad altre carceri. Dunque Natalia Ligas è a Messina in 
completo isolamento, in pratica con una sezione solo 
per lei; Maria Pia Vianale è ad Ancona assieme a 
detenute comuni, le è stato tolto il collloquio con il suo 
compagno, può ricevere solo i familiari; Anna Maria 
Cotone, Gloria Argano, Maria Cappiello, Josephine, 
Rossella e un’altra compagna sono a Rebbibbia in una 
sezione nettamente separata dall’area omogenea. 
Ciò ha comportato lo smembramento del gruppo delle 
compagne che “alloggiavano” a Latina da anni, 
l'allontanamento dai familiari con il conseguente 
aggravio di spese per i colloqui etc. 
Contemporaneamente a questi trasferimenti ci sono 
state perquisizioni in varie abitazioni di compagni da 
poco usciti di galera, ai quali vengono sistematicamente 
imposti il rispetto degli orari ( rientro alle 21 ), il divieto 
di uscire da Napoli (anche se per lavoro), l’obbligo 
della firma, fermi ingiustificati, provocazioni. 

Mentre a Latina le compagne potevano fare lavori 
interni (si per dire e si sa come), adesso sono “in 
braghe di tela”. 


E' importante che la solidarietà si manifesti 
concretamente con sottoscrizioni e invio di materiali, 
per rompere l’isolamento di queste compagne con 
ogni mezzo, suifamiliaridi queste compagne vengono 
esercitate pressioni psicologiche volte a spingerle ad 
una “mediazione” per l’eventuale atten uamento delle 
misure di detenzione. 

Carcere di Rebibbia 

Via Bartolo Longo n.92 
ROMA tei 06-41 11 95 

Carcere di Ancona 

Via Montecavallo di Montacuto 
tei 071-897891 

Carcere di Messina 

Via Corso Valeria n.2 
tei 090-2932930 

Iniziative di solidarietà sono già state organizzate nei 
centri sociali napoletani. 


Maggio 1 993 


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ecn milano 


E' stato indetto uno sciopero 
nelle carceri per il 21 , 22 e 
23 maggio da parte dei 
detenuti sulla base di alcune 
precise richieste. 

Pubblichiamo stralci del documento che 
invita alla mobilitazione, e che è stato 
inviato al Presidente della Repubblica, del 
Consiglio, al Ministro di Grazia e Giustizia, 
al Direttore di Istituti e Pena, agli organi di 
stampa. 

Volente o nolente, questa nostra società ha dovuto 
riconoscere il carcere come parte integrante di se 
stessa. Un figlio scomodo, magari; male accetto, 
spesso relegato nel dimenticatoio burocratico, ma pur 
sempre una realtà dalla quale non ci si può estraniare. 
L'attuale sistema politico ha trascinato nella sua 
rovinosa caduta anche il carcere, con tutte le 
problematiche che vi sono connesse: 

- sovraffollamento 

- bilancio congelato per un numero di detenuti inferiore 
di oltre 20.000 unità a quello reale 

- una selva di legislazione contraddittoria... 

- il vituperio consapevole di elementari diritti sanciti 
dalla Costituzione 

(....) Le nostre richieste sono: 

- Riapplicazione effettiva della Legge Gozzini ... 

- L’abrogazione o rettifica dei decreti “Martelli-Scotti”, 
specificatamente nel loro aspetto retroattivo: 
anticostituzionale, iniquo e assolutamente ingiustificato 
e vessattorio verso chi si trova in carcere.... 

- La modifica della legge “Jervolino-Craxi" inerente gli 
stupefacenti e tossicodipendenza, che riconosce 
l'incompatibilità col regime carcerario di soggetti 
sieropositivi... 

- Una depenalizzazione dei reati di minore allarme 
sociale.... 

Stiamo tutti assistendo ad espressioni desiderose di 
cambiamento, strombazzate a destra e a manca, 
anche dachi si èdichìarato fuoridalle log icheperverse 
del sistema attuale. Le “buone proposizioni” però, 
quando sono solofine asestesse trovano il tempo che 
gli si vuole accordare. 

(...) E’ ora di dimostrare quale sia la reale volontà 
politica di questo paese producendo dei fatti tangibili. 
Noi, dal nostro osservatorio di emarginazione, 
lanciamo il nostro invito per vedere concretizzate 
proposte che di macroscopico non hanno proprio 
niente e di Impossibile ancora meno. 

(...) Ora, è il momento di avere risposte vere, definitive, 
stabili.... 

I detenuti del Nuovo Complesso Penale di Padova 


SITUAZIONE NEL 
CARCERE MARASSI 

DI GENOVA 

La situazione nel carcere Marassi è molto simile a 
quella delle maggiori galere italiane. Anche qui esiste 
ilproblemadelsovraffollamento: attualmente il numero 
dei detenuti è di circa 480 su 270 posti, cosicché celle 
predisposte per4 letti vengono adibite a 7 o 8 persone, 
con la conseguentesocializzazione forzata trapersone 
anche di diversa linguae cultura. Ilf lusso medio annuo 
è di 3-4000 detenuti. 

La composizione all’interno del carcere è costituita in 
maggioranza da cittadini immigrati, il cui numero è 
andato sempre più aumentando negli ultimi mesi, sia 
per gli effetti del decreto CONSO che per la politica 
repressiva che le autorità di polizia hanno attuato a 
Genova nei confronti deH'immigrazione in particolar 
modo nel Centro Storico. 

Significativa è anche la presenza di tossicodipendenti 
che, nonostante la parziale abrogazione della legge 
Jervolino-Vassalli, non sarannofacilmente scarcerati 

0 perchè non viene richiesta la revisione del loro 
processo o perchè sono stati incarcerati peri cosiddetti 
reati connessi alla droga. 

AH'interno della struttura penitenziaria è presente un 
presidio psicologico permanente, composto da 7 medici 
fra psicologi e criminologi, che si occupadi intrattenere 
colloqui con i detenuti tossicodipendenti. In realtà il 
problema più grosso è costituito dai detenuti in crisi di 
astinenza, peri quali non esiste nessuna assistenza. 
E’ risaputo che all’interno delle carceri non sia un 
problema procurarsi una dose di eroina, il problema è 
trovare una siringa sterile per evitare il possibile 
contagio del virus HIV. 

Per quanto riguarda i sieropositivi è prevista la 
scarcerazione solo in casodi Al DS conclamato, ma su 
questo ilproblema riguarda la mancanzadi assistenza 
medica e psicologica anche all'esterno del carcere. 
Esiste inoltre una forte componente di detenuti con 
graviproblemipsichiatrici che la socializzazione forzata 
e promiscuità acutizzano, nella totale assenza di 
attività ricreative e lavorative. 

Dall’inizio dell’anno ci sono stati 3 decessi che non 
hanno minimamente interessato i media: un decesso 
per un non ben chiaro collasso e due suicidi. 

Infine si sono verificate alcune rivolte spontanee che 

1 detenuti hanno avuto difficoltà ad organizzare ed arti- 
colare per il fatto che Marassi è un carcere giudiziario, 
in cui i detenuti transitano in attesa del processo. 

COLLETTIVO LIBERI TUTTI 

Genova 


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Spedale Carcere 



ecn milano 


Sabato 1 5 maggio si è 
svolta la manifestazione 
promossa da Radio 
Evasione e dal Centro 
Sociale Occupato PEDRO 
e Emoprimodellalista 
davanti al carcere Due 
Palazzi di Padova 

Più di trecento compagni/e hanno dato vita ad un 
corteo che dal Centro Occupato PEDRO ha raggiunto 
il carcere in Via Due Palazzi (estrema periferia deila 
città), all'arrivo davanti al carcere il corteo è stato 
accolto dalla battitura delle sbarre e dagli slogan urlati 
dai detenuti, che facevano sventolare dalle sbarre 
delle bandiere rosse. Per due ore si è svolto il concerto 
e gli interventi dal palco con lettere che erano arrivate 
dal carcere e la risposta con la battitura delle sbarre 
daH’interno. La manifestazione è stata una scadenza 
molto importante e positiva nella costruzione di percorsi 
reali di liberazione dal carcere e da tutte le istituzioni 
totali. 

Alla manifestazione avevano dato la loro adesione la 
Lega Ambiente, Associazione per la Pace, alcuni 
consiglieri del PDSe antiproibizionisti, adimostrazione 
del peso reale che l’esperienza di Radio Evasione ha 
assunto in città come punto di riferimento e dicomunic/ 
azione con la realtà carceraria. 

Riportiamo i punti di preparazione della manifestazione 
che si inseriva all'interno della campagna MAGGIO 
OLTRE LE SBARRE, che ha visto anche la riuscita 
manifestazione sotto il carcere di Santa Maria Maggiore 
a Venezia e numerosi momenti di dibattito. 

PER UNA SOCIETÀ’ SENZA GALERE 
RADIO EVASIONE 

SPIEGAZIONE DEI PUNTI DELLA 
MANIFESTAZIONE DEL 15/5/93 

Radio Evasione è una trasmissione emessa da Radio 
Sherwood ogni martedì ed ogni venerdì, dalle 20.00 
alle 21.00. 

L’iniziativa è nata nel 1 991 sulla basedi un’esperienza 
realedi rapportocoidetenuti, che nel mesedi novembre 
erano entrati in sciopero per rivendicare condizioni di 
vita inframuraria più umane. La redazione è 
caratterizzata da un collettivo “esterno” e da un collettivo 
“interno”, ed ogni trasmissione viene costruita sugli 
interventi di entrambi i gruppi. I detenuti del Due 
Palazzi e le detenute di Rovigo, hanno iniziato e 


mantenuto una fitta corrispondenza, che ha messo in 
luce i problemi più urgenti deila vita in carcere. Così 
sulle denunce e le rivendicazioni dei detenuti sono 
state organizzate iniziative di lotta che hanno trovato 
un valido supporto all'esterno da parte di diverse 
realtà di movimento come il c.s.o. Pedro, alcune 
cooperative, la facoltà di Psicologia, i cobas, R.E.... 
In breve l'obbiettivo fondamentale di R.E. è quello di 
dare voce alle necessità dei detenuti allo scopo di 
sensibilizzare la popolazione libera sulle condizioni di 
vita delle due carceri cittadine che nonostante la loro 
espulsione urbanistica dalcentrodellacittà, continuano 
a costituire un problema reale. 

Proprio perquesti motivi, R.E. ha organizzato diverse 
iniziative di lotta, ma per la prima volta a Padova, c’è 
la possibilità di raggiungere questo luogo, logistica- 
mente separato con una manifestazione concerto. Il 
concentramento è stato al c.s.o Pedro sicuramente 
per la vicinanza con il carcere ma vogliamo cogliere un 
altro significato, ossia unire un luogo di libertà -il c.s.o, 
appunto, che è diventato un punto importante di ag- 
gregazione e socialità per tutta la città- ed un luogo 
dove per eccellenza la libertà viene negata. 

Abbiamo costruito questa manifestazione insieme a 
gruppi, associazioni, collettivi, che possono diventare 
una ricchezza nell'intraprendere il percorso anche 
culturale di liberarsi dalla necessità del carcere. 

Gli slogan che proponiamo perquesta manifestazione, 
rappresentano, oltre ad essere punti forti di 
rivendicazione dei detenuti, i problemi attuali del 
carcere. 

La manifestazione si caratterizza sui seguenti 
contenuti: 

- contro il decreto Conso del 13 aprile '93 
-perlascarcerazioneimmediatadei detenuti ammalati 

- contro l’inasprimento della logica delle leggi speciali 

- contro il proibizionismo 

CONTRO IL DECRETO CONSO 

Ricordiamo che il decreto Conso si innesta sul decreto 
Martelli del giugno '92, che già restringeva notevol- 
mente la legge Gozzini, esautorando magistrati e 
tribunali di sorveglianza con l'introduzione del parere 
obbligatorio del Comitato Provinciale Prefettizio perla 
Sicurezza e l’Ordine Pubblico. Il decreto Conso addi- 
rittura introduce l’obbligatorietà (per permessi e be- 
nefici) del parere della Direzione Nazionale Antimafia 
e paradossalmente sbaglia: il parere è richiesto per i 
reati meno gravi fra quelli dell'alt 4 bis, ma non anche 
per l’associazione di stampo mafioso. 

Perdi più sposta le competenze dellasorveglianzadal 
luogo della detenzione aquello dell’ultimo reato e così 
per un permesso un detenuto di Padova dovrà 
rivolgersi, ad esempio, al magistrato di Palermo, ma 
cosa ne sa lui? che contatti ha con il detenuto e gli 
operatori? Assurdo ma trasparente: meno potere ai 
magistrati di sorveglianza e meno spazio ancora per 
le misure alternative. 


Maggio 1993 


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ecn milano 


Ricordiamo anora che il decreto Conso riguarda anche 
gli immigrati. Immigrati che costituiscono ormai il 15% 
della popolazione detenuta. La loroèunacarcerazione 
ancora più segregante dovuta a molteplici fattori, dal 
non poter telefonare a casa perchè non c’è traduttore 
in carcere per controllare le loro telefonate, al non 
potere usufruire nemmeno della Gozzini perchè nella 
maggior parte dei casi non sono residenti. Oltre a 
questi problemi si aggiunge il decreto Conso che vuole 
espellere dall'Italia gli immigrati arrestati per reati non 
gravi anche prima del processo, inoltre se questi 
dovessero rientrare dal loro paese di origine al nostro 
dovrebbero scontare 3 anni di galera. 

Altro momento forte della lotta che R.E. ha intrapreso 
in comune con la redazione interna è stata la richiesta/ 
attuazione della SCARCERAZIONE IMME- 
DIATA PER I DETENUTI AMMALATI. 

No alla morte da/in carcere è uno slogan che ha 
sintetizzato momenti di agitazione sia all’interno delle 
carceri, con scioperi della fame, battiture, rinuncia 
all’ora d'aria e presentazioni di casi particolari e più 
urgenti da parte degli stessi detenuti, sia all'esterno 
con manifestazioni e mobilitazioni che hanno portato 
alla scarcerazione di sei detenuti ammalati. 
Ricordiamo che la scarcerazione è a discrezione del 
magistrato di sorveglianza e del direttore del carcere, 
che troppo spesso dimenticano l'esistenzadeH’art. 684 
del nuovo codice di procedura penale che prevede la 
sospensione temporanea della pena, in attesa di un 
provvedimento atto alla scarcerazione definitiva, che 
permette cosi a che è ammalato di potersi curare al di 
fuori delle mura carcerarie. 

Lavorare su questo punto e rendere pubblici i casi più 
difficili ha reso possibile ottenere delle vittorie di 
libertà. 

A Padova, di recente, proprio la mobilitazione ha 
strappato dal nuovo complesso penale e restituito alla 
libertà Fabio Facchin un ragazzo di Mestre. 

E' una meta raggiungibile come si è dimostrato. 

E' inoltre un passaggio indispensabile per riannodare 
un rapporto spesso interrotto con la prigionia politica 
per rivendicare contemporaneamente la liberazione 
di chi oltre ad essere ammalato, ha anche lottato e sta 
pagando con pene troppo alte che possono provocare 
se non la morte fisica in carcere quella psicologica da 
carcere. 

A questo proposito ricordiamo la mobilitazione 
nazionale che si sta conducendo su Prospero Gallinari 
imputato di appartenenza alle B.R. cardiopatico in 
gravissime condizioni di salute, detenuto nel carcere 
di Rebibbia a Roma. 

CONTRO L’INASPRIMENTO DELLA 
LOGICA DELLE LEGGI SPECIALI, dove per 
leggi speciali si intendono 3 articoli dell’ordinamento 
penitenziario - il 14, il 14 bis e il 41 bis- che possono 
essere consideratigli eredi dell’art.90, applicato fino al 


1 984 in tantissimi istituti penitenziari. L’applicazione 
dell’art.90, in termini molto pratici comportava 
l’isolamento in celle singole con sospensione di tutte 
le forme di socialità, proibizione di acquistare libri e 
riviste, controllo e limitazione della corrispondenza 
con l'esterno, eliminazione della corrispondenza tra 
detenuto e detenuto. Una specie di deprivazione 
sensoriale alla quale sono stati sottoposti numerosi 
detenuti politici nei circuiti di massima sicurezza. 

Per l'applicazione di misure alternative al carcere per 
tutti e in maniera automatica. 

Per la liberazione di tutti i compagni detenuti o esuli 
A fianco delle lotte dei detenuti/e 
in questo periodo in tutte le carceri ci sono mobilitazioni 
e lotte con scioperi della fame, battitura delle sbarre 
etc .. sugli obiettivi che abbiamo elencato. 
Schieriamoci con loro! 

PER LIBERARSI DALLA NECESSITA’ 
DEL CARCERE E DELLE ISTITUZIONI 
TOTALI! 


RADIO EVASIONE 

CENTRO SOCIALE OCCUPATO PEDRO 
CSO EMOPRIMO DELLALISTA 



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Speciale Carcere 


ecn milano 


TUTTI I COLORI 
DELL'EMERGiNZA 


L'argomento diqueste note è piuttosto definito, se non 
proprio circoscritto. Vi si tenta di discutere perchè e in 
che misura la questione deH”’emergenza" incrocia, e 
molto spesso intralcia, i nostri passi di oggi; perchè e 
in che senso le esperienze degli anni 70 vengono 
presentate in genere nei colori plumbei del “ passato 
che non passa" e in un vorticare di misteri capace di 
imbarazzare anche il più accanito lettore di gialli. 
Ricorrendo ad una formula, la risposta preliminare 
potrebbe essere: gli anni 70 pesano e bruciano ancora 
in questo modo perchè vi si è giocata una partita 
talmente importante che i suoi strascichi non potevano 
essere nè più leggeri nè di minore durata. E si 
potrebbe anche aggiungere che sè, da un lato, in 
ciascun schieramento sociale quegli anni hanno 
prodotto lacerazioni difficili da rimarginare; dall'altro si 
è venuta accumulando una tale quantità di conti in 
sospeso che, ad intervalli alterni, qualche cambiale 
viene in pretesto con l'immancabile codazzo di 
polemiche velenose. 

Senonchè il discorso merita un altro tipo di approfon- 
dimento. Cos’è veramente l'emergenza? In che senso 
si può parlare di una " storia di vincitori" dedita a riscri- 
verre il passato ad intero uso delle classi dominanti? 
E ancora: come agisce in questo contesto la cosidetta 
"dietrologia”? E i partiti di sinistra, rappresentati 
dell'opposizione, che atteggiamento assumono di 
fronte ai problemi ricordati? Sono solo alcune delle 
domande, le più immediate ma anche le più cruciali, 
che sorgono allorché si presenta questa immagine 
anni 70. Qui non si ha affatto la pretesa di esaurire la 
portata e le implicazioni, ma semplicemente di privi- 


legiare l’elemento della chiarezza, anche a prezzo di 
una certa, diciamo così, spigolosità di contenuti. 

* * * * 

Preparati e introdotti dal 68 studentesco e dal 69 
operaio, gli anni 70coincidono con un periodo di acuti 
conflitti sociali e di generale sommovimento della 
società italiana. Anzi, non pare affatto azzardato 
definirli come il momento più critico attraversato dal 
paese nell’intero secondo dopoguerra. Circa due anni 
orsono, quando esplose fragorosamente il "caso 
Gladio” , la discussione su questo periodo storico si 
riaccese con particolare interesse e passione. Il punto 
in questione, naturalmente, riguardava la possibilità di 
coinvolgimento di "Gladio", e in generale dei servizi 
segreti, nella cosidetta “strategia della tensione”. Dietro 
gli esecutori delle stragi c’erano o meno gli apparati 
clandestini dello stato? E se la circostanza risultasse 
in qualche modo confermata, che conclusioni se ne 
dovrebbero trarre a proposito delle istituzioni politiche 
che, formalmente democratiche, hanno governato 
l'Italia dal 1945 in poi? Bisogna riconoscere che la 
questione è di quelle decisive. Buona parte del giudizio 
storico sugli avvenimenti che hanno scandito il corso 
degli ultimi vent’anni in Italia, dipende in effetti dalle 
valutazioni che si esprimono al riguardo. Il problema 
risulta d’altro canto particolarmente interessante anche 
ai fini del nostro discorso. Non vi è dubbio infatti che 
di questi due fenomeni, “strategia della tensione” ed 
“emergenza”, sia necessario mettere in luce la con- 
nessione, ma anche i ruoli e la natura innegabilmente 


Maggio Ì993 


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ecn milano 


distinti. La strategia della tensione, innanzitutto, non 
può essere analizzata e interpretata se non in rapporto 
alla più globale risposta che le classi dirigenti italiane 
diedero ai movimenti del 68-69. Si trattò senza dubbio 
di una reazione articolata, e niente affatto riducibile ad 
un unico, preordinato atteggiamento. Ma, nel 
complesso, essa ci appare oggi sostanzialmente 
"omogenea”, poiché caratterizzata dall’Intento di bloc- 
care, a qualunque costo, la crescita di una contesta- 
zione che si assegnava come compiti quelli di spezzare 
i vincoli capitalistici e di istituire nuove forme di demo- 
crazia e di controllo degli apparati produttivi. La violenza 
della polizia nei confronti delle dimostrazioni di piazza, 
l’uso dei fascisti in funzione di intidimazione squadri- 
stica, la stessa scelta di far ricorso al terrorismo indi- 
scriminato delle bombe, compaiono perciò come 
altrettanti impressionanti segnali di una ''volontà'” 
forse non diretta da un'unica centrale reazionaria, ma 
certo animata in modo organico da quell'enormef orza 
connettiva che si suole definire “istinto di classe". 
Questo istinto, ancorpiù e ancor prima del proletariato, 
è tipico della borghesia, che si è sempre affidata nei 
momenti difficili, reagendo come un sol uomo di fronte 
alla minaccia del momento. E proprio di questo si 
trattavainqueglianni:impedirechel?ltaiiaconoscesse 
un esperimento di costruzione di relazioni sociali 
alternative aquellecapitalistiche; imporre aqualunque 
prezzo una "stabilizzazione” della situazione sociale e 
politica, ripristinando quei rapporti di potere incrinati 
dalla protesta di massa, e incrinati innanzitutto " nella 
fabbrica”, dove l’operaio di catena, figura chiave della 
produzione “fordista”, aveva raggiunto livelli di 
coscienza e di insubordinazione prima impensabili. 
La risposta delle classi dirigenti italiane al sommovi- 




mento del 68-69, ivi inclusa lastrategia della tensione, 
fu dunque a nostro parere una risposta feroce ma 
"logica” (una delle varie possibili in uno stato borghese 
occidentale, sviluppato, formalmente democratico) al 
pericolo rappresentato da un blocco sociale particolar- 
mente coeso e combattivo, come lo era quello coa- 
gulatosi intorno a contenuti anticapitalistici all’inizio 
degli anni 70. Parlare di una reazione logica, beninteso, 
non significa nè attenuarne la drammaticita', nè affer- 
marne la legalità’, e tantomeno significa darne per 
scontata l'inevitabilita’. Che ad esempio i morti di 
Piazza Fontana fossero in qualche modo "messi in 
conto" in anticipo da chi allora lottava nellepiazze e 
nelle fabbriche, è cosa che nessun protagonista di 
quel periodo si sentirebbe di sostenere. 

E' vero al contrario che il meccanismo innescato da 
queisanguinisi avvenimenti spezzo una certa “fiducia 
ingenua” quasi una "naivetè” dei movimenti, tingendo 
tutto il quadro di una palpabile drammaticita’. Ma, a 
proposito di legalità, disponiamo oggi della certi- 
ficazione che vere e proprie strutture dello stato erano 
state costituite fin dagli anni 50 per contrastare la 
possibile vittoria elettorale (e quindi ultralegale!) dei 
partiti di sinistra. E quanto a drammaticita' e pre- 
vedibilità, nel caldo delle polemiche recenti, è stato 
giustamente rammentato che già nel '64 si era sfiorata 
la tragedia, allorché il generale golpista De Lorenzo 
era stato fermato “in extremis” dai suoi protettori 
politici, grazie alla capitolazione del PSI, il quale, 
intimorito dall’ormai famoso "rumore di sciabole", 
aveva rinunciato ad introdurre nel programma del 
governo di “centro sinistra” qualsiasi riforma contraria 
agli interessi della grande proprietà. 

E’ questo un punto di speciale rilevanza, perchè 
durante gli anni 70 vi furono nella sinistra italiana 
atteggiamenti profondamente diversi in proposito. La 


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Speciale Carcere 




ecn milano 


sinistra storica andava orgogliosa del dettato co- 
stituzionale. Non a torto, lo considerava una sorta di 
compromesso in positivo fra le forze della borghesia 
equelle che, uscite vittoriose dalla Resistenza, deside- 
ravano non solo restaurare iademocrazia, matagliare 
alle radici gli interessi materiali (ed erano quelli del 
grande capitale privato !) che avevano consentito ven- 
t’anni prima l’affermazione di Mussolini. La carta co- 
stituzionale era così divenuta per il movimento operaio 
ufficiale, e specialmente per il PCI, il nucleo di una 
linea politicache ne rivendicava l’applicazione integrale, 
come via ad una “democrazia progressiva” e, in 
tendenza, addirittura alsocialismo. Quanto tale indirizzo 
fosse aderente alla realta' sociale dell’Italia dell’im- 
mediato dopoguerra, non mette conto qui giudicare. 
Resta però il fatto che, attraverso un processo senza 
dubbio complesso e non comprendibile nella fola 
trassicurante del 'tradimento dei capi”, vi si accom- 
pagnò una progressiva riduzione di attenzione verso 
la “faccia reale” dello stato, che venne sempre più i- 
dealizzato come lo Stato-nato-dalla-Resistenza, e 
sempre meno considerato come organismo burocra- 
tico-repressivo dotato di un contenuto di classe definito. 
Non a caso, infatti, quando le bombe esplosero in 
piazza Fontana, lasinistra storica ebbe enormi difficoltà 
acomprendere il reale significato dell'accaduto. Mentre 
il movimento “extraparlamentare” si mobilitò sin da 
subito al grido di "la strage è di stato”, PCI e PSI mani- 
festarono una farisaica prudenza; accolsero sia pure 
con riserva, la pista anarchica; finirono per esprimere 
piena fiducia nel lavoro di quella magistratura e di 
quella polizia, che invece si dimostrarono eloquente- 
mente inefficenti e stacciatamene inclini a usare le 
indagini per gettare fango sulla sinistra radicale. 

In questo atteggiamento dì fiducia acritica nei confronti 
di uno stato fortemente idealizzato, non si ha difficolta’ 
a riscontrare una delle molle alla based del percorso 
che sfociò nella strategia del “compromesso storico” 
e quindi nell' “emergenza”. Le istituzioni nate dalla 
Resistenza, proprio perchè sottoposte ad un attacco 
a tenaglia da destra e dall'estrema sinistra, dovevano 
essere difese con un atteggiamento prudente e re- 
sponsabile, che scongiurasse ogni possibilità’ dicolpo 
di mano alla cilena. D’altra parte, ogni fenomeno che 
in qualche modo deviasse datale posizione di "com- 
postezzademocratica”, doveva perforza dicose rien- 
trare in una sorta di piano globale teso ad impedire 
l’accordotra le “forze sane” della DC e i rappresentanti 
ufficiali del movimento operaio. Ma le cosiddette forze 
sane del partito di maggioranza relativa (oggi lo 
sappiamo con burocraticasicurezza, benché in passato 
fossero già molti a sostenerlo), erano in realtà le 
“stesse" forze che istituivano “Gladio”, allestendo, 
sotto indicazione americana, progetti di reazione 
armata a possibili vittorie elettorali della sinistra! 

Ecco allora che la difesa dello Stato-nato-dalla-Re- 
sistenza diveniva “de facto” la difesa delle strutture di 
"Gladio", della P2 e di quant’altro si muoveva all'ombra 



dei servizi segreti italiani e della CIA. Ed ecco che 
l’attacco forsennato all’estrema sinistra, considerata 
dal PCI poco meno che un arcipelago di provocatori 
prezzolati dal nemico, finiva per indebolire l'unico 
fronte capace di reagire con qualche combattività’ alle 
vere manovre reazionarie dello stato. 

* * * 

Da quanto detto sin qui emerge un dato in un certo 
senso paradossale. Mentre nella sinistra italiana 
divampava lo scontro fra sostenitori delle vie legal- 
parlamentari e fautori dei metodi rivoluzionari, non 
esclusi quelli violenti, la borghesia aveva "già" deciso 
in proposito, ponendo gravi e numerose ipoteche su 
qualunque ipotesi di trasformazione pacifica della 
società’. A consultare i patti segreti stipulati in sede 
NATO, si ha la netta sensazione che “mai” i gruppi al 
potere avrebbero accettato di mettersi da parte senza 
tentare una prova di forza. E d'altro canto tutto il corso 
successivo degli anni 70, costellato di stragi di stato 
tuttora impunite, avvalora pesantemente questa tesi, 
che, comunque la si voglia intendere, getta una luce 
alquanto severa sulla strategia del compromesso 
storico, il cui perno indiscusso (e indiscutibile !) era 
proprio l'aprioristica fiducia ne! carattere democratico 
delle istituzioni. 

Ma così dicendo non siamo certo a caccia di rimborsi, 
o di una qualche soddisfazione postuma. La sconfitta 
che l’insieme della sinistra italiana subisce nel 
crepuscolo degli anni 70, ormai lo sappiamo con 
malinconica certezza, non ha laureato alcun vincitore 
sul campo. E, quanto alle BR, benché fin dall’inizio 
esse insistessero sul carattere reazionario degli 


Maggio 1993 


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ecn milano 


apparati dello stato e sull’impossibilità di rimuoverli 
senza provocarne la risposta violenta, è lungi da noi 
l'idea di aver compiuto un cammino privo di errori. E' 
bene anzi dire che il passaggio degli anni 70, anche 
dentro la “nuovasinistra", fu insolitamente magmatico. 
Molte posizioni diverse entrarono in confronto e, 
spesso, in rotta di collisione reciproca. Si enuclearono 
vari fronti di battaglia politica interna, specialmente 
per quanto riguardava la strategia da adottare al fine 
di determinare quella “cesura rivoluzionaria" che 
ciascuno auspicava. Occorreva privilegiare la lotta di 
massa, oppure lo stragismo di stato imponeva anche 
ai comunisti di affrontare la questione dell’uso della 
forza? E qualora una qualche violenza si reputasse 
necessaria , che ‘forme” essa doveva assumere 
nell’intreccio di lotte di massa e bisogni organizzativi 
tipico del periodo? Sono solo alcune delle domande 
che infiammarono la dialettica politica dei gruppi alla 
sinistra dei PCI, negli anni immediatamente seguenti 
il 68-69. Comune a tutte le sfumature era però l’idea 
che occorresse evitare ogni timore nei confronti del 
blocco al potere, e che il potenziale di massa ed anche 
elettorale accumulato dall'intera sinistra nella prima 
metàdeldecennio, fosse sufficiente ad imprimere una 
netta rottura del “continuum” democristiano affermatosi 
dal 48 in poi. 

Come sappiamo, noneraquesta la posizione del PCI. 
Attraverso un’evoluzione che si fece più netta e 
spedita all’Indomani del colpo di stato cileno, i! partito 
di Berlinguer giunse alla conclusione che nessuna 
alternativa di sinistra sarebbe stata praticabile, pena 
far scivolare l'Italia nel “caos” favorendo soluzioni 
autoritarie. Ne risultano anzitutto frustrati l'idendità e 



il ruolo dei cosiddetti "gruppi" (LC, AO, PDUP- 
Manifesto), che proprio la funzione di stimolare da 
sinistra il PCI a perseguire la strada dell’alternativa, si 
erano assegnati nel corso di quegli anni. Venne poi 
vanificata l’aspettativa di cambiamento generato fra le 
masse dai grandi successi elettorali comunisti del 75- 
76. Si determinò infine una frizione crescente fra gli 
apparati di PCI e sindacato e i lavoratori, i quali ultimi 
non si rassegnavano ad accettare supinamente 
rausterità" varata dai governi della “solidarietà 
nazionale”, e di cui appunto il PCI e le strutture confe- 
derali si erano fatte garanti inascoltati presso la classe 
operaia. In questo contesto, da un lato la lotta armata 
delle BR crebbe di intensità ed estensione, dall’altro 
prese corpo la risposta statal-polizìesca conosciuta 
sotto il nome di “emergenza”. 

Una risposta, ecco il punto, che non può essere as- 
similata in modo lineare a quella di cui abbiamo parlato 
sinora analizzando significato e natura della strategia 
della tensione. 

Se infatti la reaxzione post-68 dirigeva i suoi colpi 
contro l’intera sinistra, non certo in nome della demo- 
crazia e del socialismo, e di fatto suscitando una sia 
pur timida risposta dello stesso PCI; l'emergenza, 
figlia legittima dei governi di solidarietà nazionale e 
della maggioranza parlamentare che li sosteneva, 
proprio sulla retorica dello “stato democratico” si 
basava , prendendo di mira tutto ciò che in qualche 
modo contrastava con con l'alleanza DC-PCI. A farne 
le spese furono ovviamente le formazioni armate di 
sinistra come le BR, che vennero colpite da leggi 
eccezionali e combattute con ogni mezzo: da quelli 
militari aquelli psicologici, daquelli politici aquelli della 
tortura, da quelli giuridico-penali a quelli della disin- 
formazione. Ma si sbaglierebbe a restar fermi su 
questo solo piano. L'emergenza, più ancora di una 
tecnica di repressione della gurriglia urbana di sinistra, 
fu fin da subito una “cultura”, una ideologia, un modo 
stesso di intendere la nozione di conflitto, per cui le 
lotte sociali dovevano rientrare nel recinto stabilito 
dalle rappresentanze istituzionali, o essere crimina- 
lizzate senza rimpianto alcuno. Ne seppe qualcosa il 
movimento del 77: una straordinariafucina di linguaggi 
crìtici della modernità capitalistica che venne com- 
battuto frontalmente dallo stato, calunniato in modo 
indecoroso dal PCI, e aliatine spazzato viafra repres- 
sioni di piazza e montature giuridico-poliziesche. 

Ne seppe qualcosa l’area dell’” Autonomia Operaia” 
che, dietro suggerimento del PCI, fu sottoposta al- 
l’inchiesta cosiddetta del “7 aprile”, e trasferita, nelle 
persone dei suoi militanti più in vista, entro il perimetro 
ben recintato delle patrie galere. L'abbraccio fra DC e 
PCI aveva insomma determinato in quegli anni, per 
parafrasare Marcuse, la "chiusura dell'universo del 
discorso d’opposizione”: l’emergenza ne fu quindi al 
contempo la determinazione repressiva e il serbatoio 
di simboli, l’armamento giuridico-poliziesco e la 
costellazione linguistico-culturale. 


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Speciale Carcere 



ecn milano 



E' infatti in quel periodo che prendono definitiva con- 
sistenza alcuni miti, alcune simbologie influenti e 
alcuni paradigmi culturali, destionati ad interagire nel 
senso comune degli anni 80 con non poche conse- 
guenze negative. Il “terrorista”, innanzitutto: quin- 
tessenza di tutti i mali d'epoca, immagine sradicata da 
ogni contesto sociale e come tale particolarmente 
idonea a stringere in un’unica strumentale morsa 
simbolica fe3nomeni agli antipodi come lo stragismo 
fascista e l'opposizione armata di sinistra. La dietro- 
logia, insecondo luogo: un meccanismo di spiegazione 
oscura per avvenimenti chiari su cui avremo occasione 
di tornare più avanti. “Magistratura e polizia”, infine: i 
nuovi eroi della democrazia che, da allora non più 
suscettibili di critica, assurgono anzi amodello di “virtù 
repubblicane" presso l'immaginario collettivo delle 
nuove generazioni. 

* * * 

Quali, allora, gli effetti principali che l'emergenza ha 
prodotto nel tessuto materiale, civile e culturale del 
paese? Quali le conseguenze ancora oggi visibili? 
Sul piano giuridico-penale vi furono ovviamente le 
ripercussioni più evidenti. Si verificò innanzitutto uno 
stravolgimento completo delle norme e delle garanzie. 
La fisionomia dei reati venne riformulata in modo 
apposito per infliggere ai militanti della lotta armata 
pene altissime, e la figura del “crimine associativo” 
assunse rilevanza straordinaria, onde procedere 
all'arresto e all'incarcerazione per lunghi periodi di 
semplici attivisti rivoluzionari che con le organizzazioni 
combattenti avevano al massimo un rapporto di 
simpatia. Venne inoltre varata la cosiddetta “legisla- 
zione premiale”, la quale basata interamente su una 
più che reprensibile logica di scambio, costituì d’acchito 
le ormai note figure istituzionali del “pentito" (e cioè del 


delatore) e del “dissociato” (l’equivalente contem- 
poraneodei “ritrattanti” dell’Inquisizione). Logicamente 
la conduzione dei processi ne risentì in ampia misura. 
Venne in auge il “maxi-processo”, specialità tutta 
italiana non invidiata dal resto del mondo, e quanto ai 
metodi di conduzione, essi furono particolarmente 
spicci ed incuranti dell’onere della prova. Tribunali 
speciali, dunque? Storici meno condizionati dal 
conformismo corrente non avranno a nostro parere 
alcuna difficoltà a sciogliere la domanda in senso 
affermativo. Resta in ogni caso il fatto che i processi 
politici si sono conclusi sempre con montagne di 
ergastoli scaricate addosso ai militanti di estrema 
sinistra; ergastoli che, perchiudereilcerchio, dovevano 
e devono essere scontati per lo più nel carcere 
speciale, altro gioiello, questo, dell'inconfondibile 
bogiotteria dell’emergenza. 

Non saremo però noi a insistere in modo querulo su 
questi aspetti, pure di una gravità fuori discussione. 
Anche qui, infatti, è lecito stupirsi o gridare all’inopinata 
anomalia, solo rifacendosi a quella visione “neutra" o 
idilliaca dello stato di cui primasi mettevano in evidenza 
tutti i limiti. Le istituzioni repubblicane hanno sconfitto 
le BR senza valicare i confini dello stato di diritto; 
questa è puramente e semplicemente una bugia, che 
può sostenersi solo in virtù della disinformazione 
concertata che hasempre regnato a propositodi certe 
vicende. Ma d’altra parte non crediamo vi sia nulla di 
sbalorditivo se uno stato borghese, sottoposto a 
un’opposizione armata di sinistra dotata di un relativo 
insediamento sociale, decida di approfittare della 
circostanza per mettere da parte le forme, svelando la 
sua natura autoritaria. 

Semmai, il lato grottesco della vicenda è che, mentre 
l’impalcatura ideologicadell’emergenzavenivaforgiata 
col contributo decisivo del PCI, che le offriva in 
supporto l'impasto di riformismo e statalismo così 
tipico della sua tradizione culturale, il personale 
chiamato agestirlae gli interessi materiali che su essa 
prosperavano erano gli stessi già allignati nella 
repressione dei primi anni 70 entro e fuori i corpi 
separati dello stato. Mai come allora la sinistra storica 
lavorò perii re di Prussia. Al suo interno si generò tutto 
un “demi-monde”di esperti, dietrologi e uomini d’ordine, 
che negli anni successivi avrebbe contribuito non 
poco ad impoverire la fisionomia in tema di diritti civili 
e libertà collettive. Perdirlain breve, nel Pei l’emergenza 
sancì il divorzio definitivo fra “ questione sociale e 
questione dello stato". E la cosa più triste è che questa 
forbice iniziò ad essere rimessa in discussione (ma 
con quanta stupefacente incoerenza) solo allorché 
l'evoluzione post-comunista fece a sua volta giustizia 
della questione sociale, caduta definitivamente in 
oblio insieme alle vecchie bandiere. Vorremmo tuttavia 
scansare un equivoco sicuramente in agguato. Ancora 
una volta non stiamofacendoquestionedischieramenti 
prò o contro le scelte politiche delle BR. Quel che ci 
interessa è esclusivamente una ricostruzione il più 


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possibile obbiettiva della natura del conflitto che in 
quei periodo si sprigionò. Da questo punto di vista, è 
indubbiamente sbalorditivo che, dentro la sinistra, vi 
siano ancora robustissime resistenze a guardare in 
faccia la realtàdi quegli anni. Cosi come è stupefacente 
che i brigatisti vengano tuttora presentati da giornali 
come l’Unità” nella veste di avventuristi isolati dalle 
masse, mentre, di contro, l’emergenza avrebbe 
consistito in un leggero inasprimento delle normative 
penali, inasprimento forse oggi non più necessario, 
ma in ogni caso perfettamente in regola con la natura 
democratica dello Stato-nato-dalla-Resistenza . Noi 
rifiutiamo questa tesi che diremmo interessatamente 
(minimalistica). La rifiutiamo non solo perchè riduce 
ad una questione di normativa penale ciò che era e 
resta un problema di rilevanti dimensioni storico- 
politiche, ma anche per il fatto che non contribuisce a 
capir nulla delle conseguenze “odierne” degli stra- 
volgimenti specificamente giuridici dell’emergenza. Il 
blocco di interessi materiali addensatosi attorno 
all’emergenza non si è infatti mai veramente disgre- 
gato. Lo stanno a dimostrare la pletora di reparti spe- 
ciali e di sezioni Digos sempre pronte ad intervenire 
per un nonnulla; e lo dimostra l'esperienza del mo- 
vimento studentesco e di quello, recentissimo, svilup- 
patosi contro la manovra economica di Amato, i quali, 
benché lontani le mille miglia dai movimenti armati, 
hanno dovuto fare quotidianamente i conti con l’oc- 
chiutaginetipicamente emergenziale delle questure e 
di magistrati troppo zelanti. D’altro canto, prendiamo 
la questione-magistratu ra che riempie spessissimo le 
pagine dei nostri quotidiani: senza un riferimento 
storico e metodologico al periodo dell’emergenza, a 
noi essa sembra difficilmente intelligibile. I giudici 
hanno si o no troppo potere in Italia? La risposta è 
senzadubbio “si". Ma occorre precisare che (inchiesta 
Tangentopoli a parte), questo potere essi l’hanno 
accumulato su “diretta indicazione” del mondo politico 
esattamente ai tempi della repressione della lotta 
armata, quando insieme a carabinieri e polizia ebbero 
cartabianca persconfiggerei movimenti combattenti. 
Sicché, molto semplicemente, il presenzialismo 
sposato in quegli anni, la mano facile nel mandato di 
cattura, il disprezzo delle garanzie che già era una 
componente costitutiva della cultura giuridica italiana, 
i magistrati non li hanno più abbandonati. E perchè 
avrebbero dovuto farlo, del resto, in un paese ove ogni 
depositario di un potere si sente legittimato a 
mantenerlo fuori ed oltre ogni nozione classica di 
“mandato"? Il fatto tristissimo, perciò, è che manca 
una vera critica di “sinistra” all’interventismo giuridico. 
E ci troviamo invece di fronte a un quadro in cui gli 
oppositori dello strapotere della magistratura sono 
quasi esclusivamente quelle componenti del mondo 
politico che, per le loro collusioni mafiose e per 
l’affarismo che alimenta il loro sistema di potere , 
hanno una naturale predisposizione verso ciò che noi 
definiremmo il “garantismo dei potenti". Dimodoché si 
finisce per trovarsi fra l'incudine ed il martello, in una 


situazione talmente paradossale per cui si cade con 
estrema facilità nella trappola di scorgere nel corpo 
della magistratura, nel CSM per esempio, i vessilliferi 
della democrazia italiana. In tale contesto, il riferimento 
storico e metodico a quella “fenomenologia dell'inter- 
ventismo giudiziario" che si ebbe nel perìodo dell’e- 
mergenza, ha almeno qualche effetto salutare. Intanto 
permette di tenere uno sguardo smarcato da ogni 
falsa alternativa. E in secondo luogo consente di 
percepire che il “vero assente" della discussione è una 
posizione libertaria, di critica da sinistra di ogni 
conglomerato di poteri sottratto al controllo popolare 
ed eretto a corpo separato. 

* * * 

Più rilevanti ancora ci paiono le conseguenze che 
l’emergenza ha indotto nel sistema dei partiti, e 
inparticolare nel campo delle politiche sociali dello 
stato. In questo caso, l’attenzione va spostata sul 
meccanismo per cui ilcostume emergenziale si è 
trasferito dal terreno del confronto con la sovversione 
di massa a quello del governo delle contraddizioni 
sociali. Di mezzo, ovviamente, ci sono gli anni 80: la 
cosiddetta “semplificazione" del gioco politico e tutta 
una cultura sistemico-decisionista che a dir la verità ci 
appare innanzitutto il riflesso ideologico di quella 
enorme redistribuzione di poteri resa possibile a partire 
dalla sconfitta operaia. Sia come sia, non vi èchi non 
veda che le politiche sulla droga, quelle sull’immigra- 
zione, l’atteggiamento con cui i governi affrontano la 
questione meridionale, sono tutti largamente ispirati a 
filosofie emergenziali. 

Volendo sintetizzare, si potrebbe affermare che, in 



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Speciale Carcere 



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questi ultimi anni, la "formula coercitiva” si è dilatata a 
“cultura di governo". 

E il dato più inquietante è che, di fronte alla tendenza 
a ricomporre “nello” stato e “per" lo stato ogni in- 
crespatura sociale, c’è spesso una pretesa sinistra la 
cui cifra ideologica non è poi così diversa, come 
dimostrano la filosofia di trasmissioni quali “Samar- 
canda”, le posizioni politiche della Rete di Orlando, il 
farisaismocosì diffuso in vasti settori del PDS. 
Prendiamo per esempio l"’aliarmismo", questa ten- 
denza a presentare una societàcivile sana, in perenne 
e democratica lotta contro lacriminalitàdi cui è proibito 
indagare le cause sociali: non è un meccanismo 
simbolico e di produzione di metafore che ricorda in 
modo impressionante quello già sperimentato 
nell'emergenza degli anni 70 ? e la domanda logica a 
questo punto è: chi trae vantaggio da un tal genere di 
esasperazione dei sentimenti? Non è certo la sinistra; 
bensì quelle forze politiche che invocano più ordine, 
più galera, meno diritti e così via. Gioverà allora forse 
ricordare che proprio il PCI deltanto vituperato T ogliatti, 
negli anni immediatamente seguenti la fine della se- 
conda guerra mondiale, fu protagonista di una grande 
battaglia meridionalìstica, e fu capace di un profondo 
insediamento nelle classi popolari del mezzogiorno, 
appunto rigettò in partenza l’equazione “questione 
meridionale uguale questione di ordine pubblico” e ne 
impostò la soluzione sulle “gambe sociali” della lotta di 
classe. Che c’entra questo, domandiamo, col cultodei 
magistrati anti-mafia che oggi impazza fra i cosiddetti 
giornalisti politici e “democratici”? E come sì penserà 
di trovare un nuovo aggancio con i settori sociali più 
disagiati del Sud, se il volto della sinistra sarà quello 
del sostituto procuratore col mandato di cattura in 
mano, o del giornalista di Samarcanda che domanda, 
e anzi spesso arrogantemente esige, di rompere i 
vincoli di solidarietà e anche di subordinarazione 
generati da un bisogno materale di cui, quando ci 
vuole ci vuole, non gliene frega un cazzo? 

La polemica ci prende la mano, e noi dobbiamo atte- 
nerci invece al tracciato stabilito. Ma, in generale, del 
problema dell’emergenza dilatataaculturadigovemo, 
crediamo di averindicato il profilo con sufficiente chia- 
rezza. Si pensi solo all’immigrazione o alla droga: la 
“nuova” emergenza in questi casi è una sorta di "cin- 
tura protettiva” che II cinismo delle classi dirigenti offre 
in risposta ai bisogni di rassicurazione e al senso di 
spaesamento indotti dalla tanto decantata moder- 
nizzazione. Ma allora, percombattere un autiritarismo 
così innervato nelle pieghe della nostra società, il 
primo presupposto è proprio quello di non esservi 
subordinati nella cultura e nellea produzione di im- 
maginari collettivi. Questo è il senso della nostra 
critica, certamente aspra, all’emergenzialismo de- 
mocratico. 

E di qui parte la nostra convinzione che una lotta co- 
mune fra oppositori delle vecchie e delle nuove emer- 
genze sia solo possibile ma anche necessaria. Dietro 


al riflesso d’ordine eretto asistema di governo si coglie 
infatti una predilezione per i metodi coercitivi, le cui 
radici affondano manifestamente “ nell’apprendistato 
poliziesco” degli anni 70. Sicché il perseverare del- 
l'emergenza “originaria” (quella che ci tiene in galera, 
per intendersi) non costituisce solo un " residuo del 
passato”, ma assolve al ruolo attualissimo di “nocciolo 
duro genetico e simbolico" deH'autoritarismo di cui 
“ora” è intriso il rapporto stato-socistà. 

* ** * 

Al termine di questo breve itinerariof ra le conseguenze 
più rilevanti e ancora attuali dell'emergenza, incon- 
triamo l’aspetto forse più inquietante del problema: 
quello in cui l'emergenzatrapassa nella “storiadel vin- 
citori” e la restaurazione, non contenta della repressione 
effettuata, procede aconfondere le orme dell'avversa- 
rio sconfitto, se non addirittura a cancellarle del tutto. 
Ormai la “storia dei vincitori” è un dato della nostra 
quotidianità. 

E dopo le messe di attacchi alla Resistenza, al comu- 
niSmo oallafiguradiTogliatti, non sembrafrancamente 
necessario dilungarsi in soverchie spiegazioni. “Anche 
i morti non saranno al sicuro del nemico, se egli vince”: 
in questa frase di Walter Benjamin, scritta circa 60 
anni fa, è compendiata con severa asciuttezza la so- 
stanzadi un problema non nuovo nellastoria europea, 
ma che senza dubbio, con il crollo dei regimi dell’Est, 
ha assunto un'ampiezza e dei risvolti particolarmente 
drammatici. L’attacco allastoriadelleclassisubalterne 
è infatti frontale, massiccio, privo della pur minima 
buona creanza. Vicende grandi e piccole vengono ri- 



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scritte a senso unico e, facendo leva sul potere dei 
“mass-media”, si punta cristallizzare nella coscienza 
delle nuove generazioni un’idea di “passato storico” 
totalmente declinata nei modi e tempi del Capitale. 
Gramsci l’avrebbe definita un'operazionedi egemonia 
in grande stile. Ma proprio perchè non è lecito nutrire 
dubbi sulle sue ripercussioni di vastissima portata, 
colpisce la fiacchezza delle reazioni provenienti da 
quella sinistra che, pure, dovrebbe essere la prima 
interessata a difendere la propria storia. 

Invece ben pochi hanno il coraggio, o la lucidità, di 
ricusare i “presupposti ideologici” degli apologeti della 
società occidentale. Sicché, se per esempio di un 
Intinisi èsemprecombattuta la volgaritàe il parossismo 
antitogliattiano, sul terreno delle filosofie di fondo le 
cose cambiano, e le differenze fra anti-comunisti e 
post -comunisti si stemperano fino al punto di apparire 
semplici varianti dello stesso spartito. Esageriamo ? 
Può darsi. Ma non si sono versati fiumi di inchiostro e 
di parole per sostenere che il comuniSmo, questa 
gelida utopia, ha ormai dimostrato l'impossibilità di 
proporsi come opzione percorribile del “multiversum” 
della modernità? E allora con quale bagaglio di valori, 
con quale corredo di idee-forze si potrà respingere la 
colonizzazione del passato da parte degli Attila 
dell'anticomunismo? 

Sia come sia, il saccheggio della storia a fini di bat- 
taglia politica ha raggiunto ormai livelli intollerabili. La 
breccia aperta con gli infiniti “revisionismi" ha lasciato 
campo libero non solo a rivisitazioni soffici e libera- 
leggianti del nostro “terribile” 900, ma anche a più 
crude rivalutazioni del fascismo, del nazismo, dello 
stesso armamentario ideologico antisemita. Prima 
abbiamo parlato di unostretto rapporto fra eme rgenza 
e storia dei vincitori. Adesso occorre però una pre- 


cisazione. Non siamo cosi ingenui o narcisisti da 
pensare che dietro la campagna anticomunista sca- 
tenata in ogni dove vi sia l'emergenza italiana o qual- 
cosa di simile. No: intendiamo solo richiamare l’atten- 
zione sulfattoche nel nostropaese il primo esperimento 
di devastazione organizzata della memoria si è 
cpompiuto proprio “sugli anni 70”, e in un modo percui 
molte "retoriche” ivi collaudate sono tornate utili in 
seguito, quando i decenni da invadere si sono mol- 
tiplicati e dagli anni 70 si è passati ai 60, ai 50 e giù giù 
fino al 1917. 

Si, tra le altre cose, l'emergenza è stata un tribunale 
sulla storia in seduta permanente; un meccanismo per 
la produzione di doppie verità; un cinico gioco di 
specchi percui da un lato lo stato riconosceva la poli- 
ticità dell'opposizione armata scagliandolecontro leggi 
eccezionali, e dall'altro dava in pasto alla gente comune 
la tesi dei delinquenti-provocatori isolati dalle masse. 
Ancora oggi queste simbologie resistono. Ancora oggi 
torme di dietrologi si affannano ad oscurare la natura 
di un conflitto e di una vicenda assolutamente visibili, 
e che attendono solo la libertà di giudizio delle nuove 
generazioni per essere collocati in giusta luce e nel 
loro reale contesto storico. 

Ma allora si comprende anche il perchè di tanti balletti 
e di tante parole sprecate sulla cosidetta”soluzione 
politica”. Quando infatti il dibattito sulla liberazione dei 
prigionieri politici cominciò (e si era nell’ormai lontano 
19871), molti pensarono che una riduzione delle pene 
fosse alle porte e che il parlamento si sarebbe facilmente 
trovato unico su un simile terreno “umanitario". Ma 
niente del genere avvenne. Si coagulò anzi un “neo 
partito di fermezza”, che scatenò una pesante 
controffensiva propagandistica ottenendo in poco 
tempo l'isolamento dei settori democratici-garantisti. 
Negli anni successivi le cose hanno camminato sugli 
stessi binari. Ogni qual volta vi è stata la proposta di 
affrontare il nodo della detenzione politica, come 
d'incanto si sono sollevati uomini d'ordine, dietrologi, 
nostalgici del compromesso storico, tutti uniti nella 
convinzione che il tribunale storico dell’emergenza ha 
emesso una condanna definitiva, e che dunque non 
rimane altro che applicarla! 

Anzi, in questi frangenti i dietrologi si sono distinti per 
particolare sagacia. 

Cosac’è sotto? essi hanno chiesto. Non saràpercaso 
uno scambio "libertà contro silenzio”? un baratto fra 
riduzione delle pene per i brigatisti e copertura da 
parte dei medesimi dei famosi “misteri” che provereb- 
bero le loro collusioni con i servizi segreti? 

Questo pattume non merita risposta. La storia parla 
per noi: una storia di lotte che, comunque la si voglia 
giudicare, si èsempresvoltaall'insegnadellachiarezza 
e della massima distanza da tutte le porcherie del 
sistema politico italiano. Ma , quanto alla soluzione 
politica, qualche precisazione non può qui essere 
evitata per evidenti ragioni. 

Diliberazionedei prigionieri politici, come detto poc’anzi, 


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Speciale Carcere 



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si discute da almeno sei anni. In questo periodo il 
dibattito ha conosciuto fasi alterne, innalzandosi a 
tratti per poi “sgonfiarsi" e illanguidire lungo interi 
momenti politici. E' parso talora di essere prossimi alla 
soluzione del problema, e talaltra di non poter intrav- 
vedere il minimo spiraglio. In generale, tuttavia, fra chi 
si adoperava a suscitare attenzione intorno alla 
questione della detenzione politica, sono emersi e si 
sono confrontati due atteggiamenti di fondo. La prima 
posizione ha sempre privilegiato una pressione di 
carattere istituzionale, puntando alla costruzione di 
uno schieramento parlamentale consenziente ad una 
legge in favore dei prigionieri politici. 

Coerentemente con ciò, questi ambienti si sono oc- 
cupati poco, e diciamo pure pochissimo, di coinvolgere 
le realtà sociali della sinistra in qualcosa che 
assomigliasse ad una “battaglia". 

Le motivazioni di una legge di amnistia-indulto venivano 
indicate in un rosario di argomenti il più possibile 
accettabile dalle forze di governo. E lo stesso problema 
di una ricostruzione e di un giudizio storico sugli anni 
70, veniva demandato ad un imprecisato domani, 
onde non urtare la suscettibilità di un mondo politico 
che, dello “scaricabarile" sulle BR e sulla lotta armata, 
aveva ed ha fatto un pilastro della sua “sistemazione” 
del passato recente italiano. 

Per parte sua, la seconda posizione non negata af- 
fatto la dimensione istituzionale del problema. Non 
essendo alle porte alcuna rivoluzione, e nemmeno 
una morigerata “alternativa di sinistra", si dava per 
assodato che l’unico modo di tirar fuori i prigionieri 
dalle galere, era quello di mettere il parlamento in 



condizioni, e in qualche modo nell'"obbligo morale", di 
votare un provvedimento di riduzione delle pene 
comminate attraverso la legislazione speciale. Il punto 
che perciò divideva non era il “cosa", ma il “come”. 
Come spingere un parlamento sordo ad esigenze 
popolari ben più rappresentative di quelle di due- 
trecento prigionieri, sino al punto di votare una legge 
che liberasse gli “ostaggi” degli anni 70? In che modo 
riuscire a superare la barriera reazionaria del “blocco 
dell’emergenza”, e l’opposizione feroce di tutti coloro 
i quali, dal mantenimento deH'armamentario repressivo 
costruito negli anni 70, avevano ed hanno qualcosa da 
guadagnare? 

Questi ambienti suggerivano di puntare sulla “pressione 
sociale”. Ritenevano che “soltanto” attraverso la co- 
struzione di una forza e di un retroterra “di sinistra" 
favorevole alla liberazione dei prigionieri politici, la 
“nave” dell’amnistia potesse entrare nel "porto" della 
legge parlamentare, superando gli scogli e i flutti di 
una situazione polìtica generale niente affatto fa- 
vorevole a iniziative di stampo libertario. 

Il periodo che va dall’inizio di questo dibattito ad oggi, 
si è incaricato di mettere in luce qualche dato incon- 
trovertibile. Intanto si è visto che niente e nessuno, 
nessuna “moderazione” e nessuna acquiescenza 
(nemmeno da parte dei prigionieri stessi), è servita a 
trasformare l'atteggiamento di chiusura e di arroganza 
del mondo politico. Solo qualche rara mosca bianca, 
nel Palazzo, ha accettato di affrontare il tema della 
“soluzione politica” mettendo in discussione l’immagine 
consolidata degli anni 70. Il resto delle forze e dei 
soggetti (a parole) disponibili a discutere della 
questione, si è sempre guardato bene dal modificare 
una virgola della propria posizione. Anzi, nel corso di 
questi anni, come abbiamo già ricordato, a momenti 
in cui lasinistra ufficiale dichiarava la propria benevola 
intenzione di “far qualcosa" per i prigionieri politici, si 
alternavano periodi caratterizzati da una vera e propria 
vertigine dietrologica, da un impegno furibondo, proprio 
da parte di "quella” sinistra, teso a dimostrare che i 
brigatisti erano stati agenti dei servizi segreti, prezzolati 
al fine di impedire l’ascesa del PCI al governo del 
paese. Questo dato quasi grottesco aiuta a capire 
perchè, ogni qualvolta il farsi carico della “soluzione 
politica” comportava occasioni di frizione con le forze 
moderate e reazionarie, la sinistra lasciava cadere la 
discussione infischiandosene bellamente della 
promesse fatte, e dei buoni propositi dichiarati in 
pompa magna in ossequio al nuovo profilo "liberal" e 
post-comunista. E cosi si spiega anche il motivo dei 
ripetuti fallimenti della “via istituzionale” alla liberazione 
dei prigionieri politici, che per quanto si compiacesse 
di presentarsi come l'approccio “più realistico” al 
problema, finiva per dimostrarsi certamente la “più 
moderata”, ma anche quella fondata sul maggior 
numero di "illusioni”. 

Quanto a noi, non c’è bisogno di dire che eravamo 
decisamente schierati afavoredellapressione esterna 


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ecn mìlano 


al Palazzo e dellosviluppodi una mobilitazione sociale 
che, partendo dalla “verità” sugli anni 70, su essa 
costruisse la “forza” necassaria ad “obbligare" il 
parlamento ad occuparsi del problema. Purtroppo 
questa posizione è risultata per motto tempo minoritaria. 
Se non minoritaria in quello che si dice “movimento”, 
certamente poca nota e isolata negli ambienti par- 
lamentari della sinistra, in quelli del giornalismo 
democratico, fra il mondo degli intellettuali e quello 
dell'impegno garantista. Solo molto lentamente, e 
sulla base dei numerosi capitomboli conosciuti dalla 
“via istituzionale”, qualcuno ha iniziato a interrogarsi 
più a fondo sulle dimensioni reali della questione. 
Passo passo è cresciuta dell'inevitabile "elemento 
conflittuale” implicito in questa battaglia, ed è iniziata 
a farsi sentire più forte la voce della sinistra radicale. 
Questi, crediamo, sono gli antecedenti che è bene 
porre in evidenza in rapporto al problema. E non è 
tutto. E’ infatti indispensabile mettere a fuoco un altro 
dato cruciale : ladivisione sul “come" (su I come giungere 
alla “soluzione politica”) hasempre rischiato econtinua 
tuttora a rischiare sul “cosa" della faccenda. 

Una legge uguale per tutti, senza discriminazioni 
ideologiche o di periodi temporali, si è detto da ogni 
parte. Ma in realtà, poiché il mondo politico è tutt’altro 
che intensionato ad accogliere senza riserve un'im- 
postazione simile, molto dipendente dalla coerenza e 
diciamo pure dall’ostinazione con cui si tiene su 
questa “linea del Piave". E qui casca l’asino. Chi ha 
detto, infatti, che, a forza di cadere e concedere su 
questo e su quello, a forza di mostrare “realismo” e 
“comprensione” per le mille ubbie del parlamento, non 
si arrivi a franare proprio sul terreno essenziale 
dell'uguaglianza per tutti i prigionieri politici? 

La questione è delle più serie e delicate. E per questo 
e doppiamente necessario rilanciare un dibattito di 
“massa” sugli ann i 70 e unapressione di base a favore 
dell’ amnistia. 

Ma saremmo infatti degli inguaribili idealisti, se non 
ammettessimo che, su questo terreno, gli ostacoli e le 
resistenzesa superare sono di proporzioni veramente 
consistenti. Con tutto ciò, la lotta per la liberazione dei 
prigionieri politici non è affatto la classica battaglia- 
persa-in-partenza. Guardiamo il nostro ceto politico: 
ormai è assodato che, nel secondo dopoguerra, esso 
è stato almeno tre volte “extralegale”. “In primis” lo è 
stato attraverso Gladio e tutti gli apparati clandestini 
che, per funzione ed obiettivi, confliggevano con lo 
statutoformale della nostra Costituzione ecolconcetto 
stesso di democrazia "en generai”. Secondariamente 
lo è stato alimentando e controllando il sistema di 
potere mafioso, e quindi promuovendo omicidi e 
grassazioni di ogni genere. In terzo luogo lo è stato 
attraverso il meccanismo delle tangenti e della cor- 
ruzione diciamo così tradizionale, di cui l'inchiesta di 
Milano ha scoperchiato una minima parte del puzzo. 
Eccola, lanostraclassedirigente.Equestaaccozzaglia 
di oligarchi in sfaldamento vorrebbe tenere i prigionieri 



degli anni 70 all'ergastolo della memoria, e a quello 
dell'acciaio e del cemento armato delle galere! 
Disinformazione, falsificazione, neo-inquisizione: i tre 
puntelli delle campagne anticomuniste che, da Gracco 
Babeuf alla Resistenza al nazifascismo, hanno “spaz- 
zato" come una tramontana il palcoscenico culturale e 
ideologico del nostro paese, hanno agito e agiscono in 
egual misura sugli anni 70, impedendone una reale 
lettura e sviluppando di proposito la confusione. Ma 
attenzione: fino aquando questa situazione persisterà, 
avremo una serie di conseguenze palpabili sul nostro 
presente. Non solo sarà difficile parlare di liberazione 
di prigionieri politici, ma l’autoritarismo dei governi si 
alimenterà di allarmismi ed emergenze, e ogni nuovo 
movimento dovrà immancabilmente profondersi in 
garanzie di lealtà verso le istituzioni. 

Storia e memoria sono infatti ingredienti necessari di 
qualsiasi pensiero della trasformazione. “Scardinare 
l'emergenza” è dunque indispensabile non solo per 
liberare i prigionieri politici, ma anche per riacquistare 
diritto a compiere quei "balzi nel passato sotto il cielo 
libero della storia" che, perdirla ancora con Benjamin, 
hanno sempre consentito ad ogni nuova generazione 
di prendere in mano sino in fondo il proprio futuro. 


Pasquale Abatangelo, Maurizio Arreni, 
Paolo Cassetta, Gerardina Colotti, 
Prospero Gallinari, Maurizio Locusta, 
Remo Pancelli, Bruno Seghetti, Teresa 
Scinìca, Severino Turrini. 


Ricevuto e immesso in rete dal Centro di 
Comunicazione Antagonista - via Avesella 5/a 


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Speciale Carcere 



ecn milano 


Dal carcere speciale di Voghera un 
documento allegato agli atti del 
processo nella pretura di Ascoli Piceno 
il 30 marzo 1993 

LA 

DEPORTAZIONE 

DEL 

PROLETARIATO 

PRIGIONIERO 

SARDO 

CONTINUA! 

E CONTINUA LA 
RESISTENZA E 
LA LOTTA DEI 
PRIGIONIERI 
PER IL 
RIMPATRIO 
DEFINITIVO DI 
TUTTI IN 
SARDEGNA 


Il motivo per il quale oggi mi è stata data la possibilità 
di essere presente in quest'aula con la veste di 
"imputato" è da ricercarsi nella lotta contro la 
deportazione, dei prigionieri proletari sardi, nellegalere 
speciali del Continente italiano, per il nostro rimpatrio 
incondizionato in Sardegna. 

Lotte che han no preso corpo e forma dopo ladiff usione 
di un documento politico firmato dal Collettivo 
Rivoluzionario AntilmperialistaOspitone, fatto circolare 
nel Movimento Anticolonialista e Rivoluzionario della 
Sardegna nel mese di luglio del 1989. 

In questo, si rilevava e sollevava la contraddizione 
politica secolare della deportazione. 

Ne seguì un ricco eforte dibattito politico, dibattito che 
continua tuttora! 

Le lotte si estesero in diverse carceri speciali del 
Coontinente e proseguono anco ra oggi in forme diverse 
sia nelle galere di Stato sia all'esterno. 

Ebbene, il sottoscritto fa parte del Collettivo Ospitone 
che hafatto "esplodere” questa contraddizione sociale 
e s’è fatto carico delle proprie responsabilità politiche 
e " penali”, oltre alle “sanzioni” di carattere ammini- 
strative prese dal Ministero di “ Grazia” e “Giustizia", 
alle quali, immancabilmente e consapevolmente è 
andato incontro. 

Sanzioni di chiaro sapore vendicativo-punitivo che 
spazianoda: "esclusione dal diritto" ai cosidetti "benefici 
di legge" al trasferimento nel carcere di MASSIMA 
DIFFFERENZIAZIONE-OSSERVAZIONE- 
CONTROLLO INDIVIDUALIZZAZIONE DEL TRAT- 
TAMENTO di Voghera, e i relativi processi penali 
davanti al Pretore di Ascoli Piceno che ne sono 
conseguiti. 

Processi del 20 maggio 1 992, e questo odierno che si 
appresta acelebrare -forse lo stesso giudice -(?), con 
lo scopo dichiarato di: di "rendere giustizia", ovvero 
“salvaguardare l’onore ed il prestigio dell’agente di 
custodia TOdisco Giuseppe", che dal suo rapporto- 
denuncia, risulta che l’avrei “offeso" con le “minacce" 
rivolgendogli le seguenti frasi prese dalle citazioni a 
“giudizio”: Vattene via pezzente; vuoi che ti spacco 
testaccia?”. 

“L'uomo della strada” si chiederà se è tutta qui la 
“sostanza"... Ebbene si! è tutta qui! stando ai fogli che 
mi sono stati mandati dal P.M. di Ascoli come Decreto 
di Citazione a giudizio. 

Però non è escluso che ci sia dell’altro materiale 
accusatorio “gelosamente” custoditodal Pretore pronto 
ad esibirlo al momento opportuno... Dico ciò visto che 
non sono mai stato sentito da nessuna "autorità 
giudiziaria” per ascoltare a “caldo", - nel caso avessi 
delle osservazioni datare- la mia versione dei/sui fatti 
che potrebbero stare all'origine. 

Ma evidentemente per i proletari prigionieri ormai da 
tanto tempo, il cosidetto “mandato di garanzia” - che 
va molto di moda e si parla in questi tempi di “vacche 


Maggio Ì993 


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ecn milano 


magre”... - non è “obbligatorio”. 

Diconseguenzacisi ritrova chiamati improvvisamente 
a “giudizio" dopo anni dai fatti e, un semplice essere 
mortale, si dovrebbe ricordare nei particolari ciò che 
accade un determinato giorno, della risposta che 
avrebbe dato alle provocazioni gratuite di uno sbirro 
nel vero senso del termine etc etc 
Oltre che impossibile anche volendolo fare, è 
semplicemente ridicolo! 

Vero è invece che i compagni denunciati “processati” 
e “condannati” per lo stesso genere di “offese”, siamo 
stati diversi. 

Credo che se farebbero un’indagine ISTAT per 
conoscere i dati ufficiali, in proporzione di abitanti, la 
Pretura di Ascoli Piceno otterrebbe il primato assoluto. 
Questa in pratica l’accusa che mi viene contestata e 
per la quale non ho alcuna intenzione di opporre una 
classica controaccusa giudiziaria benché ve ne siano 
le ragioni. 

Ma contraddire il “rapporto/denuncia” dell’agente 
Todisco e/o all'atto d’accusa del P.M. non serve a 
nulla. 

Il Todisco per quanto mi riguarda è troppo povero di 
onore e di prestigio perchè, a parte le valutazioni 
soggettive, il mestiere che ha scelto di fare come 
professione commpreso quello volontario di fare lo 
sbirro provocatore, mi pare lo qualifichi da solo. 
Inoltre, non fa parte del mio modo di pensare, di agire 
ed di interpretare la Giustizia, sostituirmi alla cosidetta 
“Parte civile”. 

Per non parlare poi delle ridicolezza dell’accusa da 
parte del P.M. che ’e tale da non meritare alcuna 
perdita di tempo per diferndersi poiché essa è già 
giunta alle sue conclusioni in partenza. 

Però la “giustizia borghese” non bada a perdite di 
tempo e tanto meno alle conseguenti spese/spreco di 
energie... C'è chi paga in silenzio. Ma fino a quando? 
Per questo, lacio libero arbitrio al Pretore, chefaccia 
il suo corso, sa lui come deve fare per rendere 
“giustizia" (lasuagiustizia!) all’agente “offeso” Todisco. 


Il sottoscritto è presente in quest'aula esclusivamente 
peropportunità personale e politica in quanto è l'unica 
possibilità che gli viene data ( direi quasi un lusso) per 
spezzare l’isolamento permanente del carcere e, allo 
stesso tempo, perchè ha l'interesse politico di 
riaffermare la validità dell’iniziativa rivoluzionaria presa 
come collettivo di prigionieri sardi per lottare contro la 
deportazione e la colonizzazione per rilanciare l'ini- 
ziativa per il rimpatrio definitivo di tutti in Sardegna. 
Lotte che ho praticato e porto avanti nel braccetto 
speciale di Marino del Tronto e delle quali poco o 
niente si è parlato ad Ascoli Piceno e nelle Marche per 
non "turbare" IL “quieto vivere” del laborioso popolo 
marchigiano. 


Lotte che sono cominciate nell'autunno del 1989 e 
sono andate avanti fino al mio trasferimento punitivo 
a Vog hera P8 aprile 1991. Lotte che hanno certamente 
dato fastidio a quell’amministrazione carceraria 
concentrata politicamente ad operare in modo 
provocatorio contro i prigionieri comunisti della 
guerrigliachenonsieranoarresiallateoriadel baratto 
svendendo il proprio patrimonio politico rivoluzionario 
perir'piattodilenticchie”della“falsalibertàacondizione 
come purtroppo ( ! ) hanno fatto molti ex guerriglieri da 
salotto in quegli anni. Infatti, una buona parte se ne 
sono andati a casa da Marino del Tronto. .."rinsaviti". 
Ecco perchè i nostri carcerieri si divertivano a fare gli 
agenti provocatori gratuitamente e/o pagamento 
straordinario dai Servizi sempre presenti nel campo. 
Provocazioni organizzate e manovrate dalla direzione 
in armonia con i Servizi alle quali ho certamente 
risposto in tutte le occasioni che si sono presentate 
come tale. 

Inoltre, le lotte, hanno sicuramente indignato gli “alti” 
burocrati del palazzo della “giustizia” per le stesse 
ragioni politiche e per quelle connesse all'ideologia 
dell’emergenza permanente dalla quale hanno tratto 
benefici economici e di carriera in special modo in 
questi ultimi anni di particolare storia di “carcerazione 
speciale”. 

Ovvero, da quando hanno scoperto che le carceri 
speciali erano un vero e proprio business! Nessuno 
saprai mai i costi reali della carcerazione speciale. 

A proposito delle ladronerie, basta ricordare a mo di 
esempio, icasiaccertatidellAsinara durante lagestione 
del “re” Caudillo Cardullo, sig-ra e company, ed il fatto 
ancora più clamoroso del vicedirettore di rebibbiache 
si fece adirittura azzoppare per trarne profitto in tanti 
sensi. 

Altro motivo di rancore nei miei confronti da parte 
dell’MGG era per essere stato tra i compagni che 
abbiano contribuito a fare esplodere lacontraddizione 
politica della deportazione dei prigionieri sardi. Una 
contraddizione reale che ha dormito pertroppo tempo 
grazie alle forze politiche VENDUTE della borghesia 
compradora sarda che hanno sosteuto ed avallato la 
pratica della deportazione dei prigionieri nelle più 
infami galere lagerdel continente italiano. 

Un pratica infame! barbara e aberrante che dura dalla 
notte dei tempi, motivata da altrettanto infami ed 
inventate "ragionidisicurezza”edi "pericolosità sociale" 
dei proletari imprigionati, che non trovano riscontro 
nella realtà qualsiasi imputazione venga formulata 
contro gli arrestati. 

Ma tant’è! La motivazione a sostegno della pratica 
della deportazione da parte degli “esperti" dell'MGG è 
sempre quella classica teorizzata dalla scuola 
lombrosiana della pericolosità innata del proletariato 
sardo; un criminale nato! Quanto son buffoni!!! 

A questa si aggiunga il logorroico ritornello della 


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Speciale Carcere 



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mancanza di “posti letto” nelle galere sarde oltre alla 
“carenza delle strutture" di massima sicurezza per 
segregare i soggetti considerati ad “alto indice di 
pericolosità” - anche se sono accusati di aver pisciato 
sullaportadel vicino ... - ecosl si ha un quadro preciso, 
del pensiero di questi moderni viceré! 

Invece, anche da questo punto di vista, tutto il mondo 
sa che finora, purtroppo (I), sia le prigioni che il 
personale pre-posto alla cosidetta amministrazione 
della “giustizia” in Sardegna, dal primo "giudice” fino 
all’ultima delle guardie carcerarie, sono di fatto le più 
sicure, ed i più solerti e affidabili servitore nel vero 
senso della parola, che lo Stato coloniale italiano 
potesse immaginare. E’ provato dalla Storia che i 
SERVI vanno al di là delle consegne e delle regole 
imposte dal padrone perguadagnarsi laf iducia, ovvero 
la patente di servo! Ma i servi sardi vanno ancora oltre! 
Quanto alle strutture carcerarie, ossia dal punto di 
vista della “sicurezza” - intendendo per sicurezza 
l'impossibilità di evadere, queste sono considerate le 
più sicure in assoluto del circuito carcerario dello Stato 
Italiano. 

Vero è al contrario, e anche questo è accertato, che 
stanno all’ultimo posto per quanto riguarda i servizi 
sanitari, igenici e di abitabilità in generale. Ma anche 
questo rientra perfettamente nell'ordine dell’ideologia 
coloniale dello stato dominante/occupante. 

Perciò, la motivazioni terroristiche che accampano 
pergiustificare/legittimare la deportazione, sono false 
e ‘tendenziose" perdirla nel loro linguaggio sofisticato. 
Ma, nonostante tutti gli ostacoli che c’hanno posto 
davanti Direzione e “Ministero”, è continuata la 
resistenza dei prigionieri e si sono susseguite le lotte 
per il rimpatrio nella Terra di Sardegna. 

Nel frattempo c'è stata la “concessione”, (bontà loro!) 
del rimpatrio per alcuni deportati. Alio stesso tempo 
abbiamo registrato la deportazione di nuovi prigionieri 
seppure in misura minore del passato, cioè quando la 
contraddizione non era stata sollevata e posta in 
termini politici e di lotta. 

Questa è la conferma che - seppure tra le tante 
difficoltà che abbiamo incontrato sopratutto nella co- 
municazione per colpa della censura attenta a filtrare 
i messaggi che concernono l'organizzazione ildibattito 
ecc. nel carcere e con il movimento di solidarietà che 
lotta con noi -, la questione va assumendo la giusta 
dimensione attirando intorno maggiori forze sociali in 
tutto il territorio di Sardegna e non solo. 

Infatti, sta crescendo la solidarietà anche a livello di 
Movimento continentale avendo preso coscienza 
dell’importanza politica della contraddizione. 

In Sardegna, come già risaputo, fin dal primo momento 
si era costituito un collettivo prima ed il Comitato di 
solidarietà poi, che ha lottato e lotta con noi portando 
avanti l'informazione, diffondendo i documenti da e sul 
carcere svolgendo un lavoro politico di vitale importanza 


per lo sviluppo del processo per il rimpatrio mettendo 
fine a quest’infamità! 

Il mio trasferimento, l'ulteriore deportazione da Marino 
del Tronto “Braccio Speciale" a questo non da meno 
di Voghera dove mi trovo dall'8 Aprile 1991, venne 
decisa a seguito delle lotte. 

Al Ministero, i suoi “culi di pietra", non volendo usare 
la motivazione reale pertrasferirmi - il che voleva dire 
riconoscere validità politica alla lotta ed incentivare le 
battaglie sia all'Interno che all’esternof inendo perfarci 
propaganda gratuita alla causa - , pensarono bene di 



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ecn milano 


montare la provocazione mandandomi sotto g li agenti 
dispponibiliatuttoquale, appunto, ilsecondinoTodisco 
e “raggiunsero” lo scopo. 

In questo modo centrarono 2obiettivi: mi allontanarono 
dall’ambito deic ompagni prigionieri della Guerriglia, e 
mi isolarono nel braccetto di Voghera per motivi di 
"grave pericolosità sociale” ... (un desiderio che 
parecchi nutrivano da tempo), passando sotto silenzio 
le mie/vostre rivendicazioni per il rimpatrio. 

Vero era invece, che oltraggiai sicuramente maresciallo 
comandante, direttore e lo stesso PANCIONE del 
giudice di sorveglianza certo dottor Semeraro, i primi 
perchè ci facevano cucinare gli elementi che erano gli 
scarti dei magazzini-letamai delle Imprese fornitrici 
che lucrano sulla pelle deidetenuti così come succede 
in tutte le Istituzionidi segregazione sociale; ilsecondo 
perchè copriva/legittimava l'operazione deH'ammi- 
nistrazione! Questa infatti è la reale funzione del 
G.D.S. (giudice di sorveglianza) in carcere. 

Questi signori, guarda caso ben più intelligenti 
dell”agente Todisco, non mi hanno mica denunciato 
ommettendo di fatto, volontariamente calcolato, di 
assolvere ad un atto d'ufficio. 

Bontà loro! Dico questo per essere onesto con me 
stesso e con i fatti. 


ARRIVO A VOGHERA 

Qui mi venne comunicato che il mio trasferimento era 
di carattere punitivo ed in pratica venni messo 
sull’avviso che al prossimo rapporto e/o denuncia per 
gli stessi motivi, mi verrebbe applicato l’art.41 bis del 
Regolamento Penitenziario che prevede “l’isolamento 
totale del prigioniero” a tempo determinato con 
esclusione dalle attività sociali, lavorative ecc, per lo 
stesso periodo. 

Insomma, il messaggio era molto chiaro... 

Gli amici del ministero non aspettavano altro per 
realizzare un sogno che rincorrono da troppo tempo 
contro chi ha conservato la sua identità politica e 
personale. 

Dopo alcuni giorni di celle al 'transito" in attesa di 
assegnazione da parte del “Ministero”, mi fecero 
salire in sezione. 

In questa, la seconda, vi erno segregati da alcuni anni, 
tre prigionieri deportati dicui cue proletari Sardi ed u no 
siciliano. Per cui ero nel mio ambiente naturale. 

Una sezione di 25 celle era tutta riservata per noi. 
Quindi spazio a volontà... 

I compagni mi informarono in generale della situazione 
e del funzionamento particolare e da qui mi resi conto 
che, isolamento a parte, per il resto si poteva soprav- 
vivere con dignità. 

Da parte della custodia vi era il “normale” rispetto che 
vi può essere tra prigionieri e carcerieri. 


Tutto il contrario di Ascoli anche in questo senso. 
Inoltre funzionavano i servizi e le stesse condizioni, 
intesi come spazi, per un carcere di punizione come 
Voghera - visto il suo passato-, erano "accettabili”. 

E ancora, cosa di non secondaria importanza nelle 
nostre condizioni di deportati, ci venivano incontro nel 
limite del possibile sui colloqui, i pacchi ed il lavoro, sul 
diritto allo studio. Tutte piccole cose e spazi che i 
prigionieri avevano conquistato con la lotta. 

Cose e spazi che nelle altre prigioni speciali non 
c’erano. Da questo punto di vista era funzionante e, 
anche se non ci regalavano la libertà, si poteva vivere. 
Per il primo periodo mi sono chiesto ironicamente se 
non era un “premio" offertomi dalla "cricca” romana 
dell'MGG... Ma la realtà poi era altra! 

Qu esto trattamento u n po’ rilassato, è du rato circa fino 
alla primavare del 1 992. 

Cioè fino a quando la Controriforma martelliana che 
prevedeva il ritorno all'afflizione della pena per i 
prigionieri dignitosi - un ritorno chiaro al medioevo dal 
quale sinceramente credo che non si sia mai usciti di 
fatto! - non prese corpo e forma realmente favorita dal 
“vento in poppa" della propaganda terroristica dello 
Stato contro la cosidetta “criminalità, si sta accertando 
con ifatti, chisono i veri rappresentantipereccellenza. 
Campagna terroristica caldeggiata dal duo “Scotti- 
Martelli” le due “due anime immacolate" dal Regime! 
Che c'era nell'aria il cambiamento anche a Voghera, 
ce ne accorgemmo nell'autunno/inverno del 1991, 
quando sbloccarono improvvisamente l'isolamento a 
cui eravamo sottoposti e “riempirono" per 3/4 la 
sezione di altri prigionieri. 

La nuova composizione che si venne a formare era 
molto disomogenea, con tanti cosidetti “cani sciolti”, 
etc. 

C’eraditutto; dal drogato al malatodi AIDS conclamata, 
ai tragediatori patentati. Questa trasformazione 
improvvisa della composizione era normale che la 
guardiamo con sospetto, ma non siamo stati abba- 
stanza critici da valutarla politicamente visto l’ambiente 
considerato a-politico. 

Invece si nascondeva eccome l'insidia, preparata 
dagli "stregoni” dell’MGG e/o chi per loro. 

Insidia che aveva il germe della tragedia. 

Siamo certi che gli “stregoni” non fecero nulla a caso, 
ma, alcontrario, preventivarono bene il futuro... Erano 
chiari i segnali che si notavano nelle dichiarazioni 
pubbliche del "DUO” spalleggiati dai loro servizi. 
Questi ultimi avevano impellente bisogno che suc- 
cedesse qualcosa di grave nelle galere, sopratutto in 
queste, considerate di massima sicurezza, che si 
andavano “normalizzando” , perdarforza al program- 
ma degli emergenzialisti a vita annidati nel palazzo e 
coperti politicamente dal “DUO” i quali calavcavano 
alla grande l’onda dura restauratrice del regime. 

Ma nonstante le trappole tese, non sono riusciti ad 


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Speciale Carcere 



ecn milano 


ottenere i risultati sperati percui hanno dovuto aspettare 
l'evento clamoroso. 

Evento che si è puntualmente verificato nel giro di 
pochi mesi, la strage di Palermo. 

Questa è stata l’occasione d'oro non tanto per la 
coppiata vincente Scotti Martelli, quanto per il 
sottobosco, dei funzionari e non, segreti o meno che 
abbondano dietro le diverse patenti di esperti i tutti i 
gangli vitali del palazzo. 

Funzionari che, come già più volte detto hanno fatto 
fortuna sulla pelle dei proletari prigionieri etichettati 
pericoli sociali solo perchè rivendicano la loro identità 
e conservano la propria identità senza s-vendere il 
loro patrimonio di sapere e conoscenza, la loro 
coscienza allo stato, della borghesia impeerialista con 
i suoi funzionari... 

A luglio del '92, sotto il sole cocente dell’estate 
palermitana, Martelli firmò il "suo” decreto in cui si 
autorizzava la deportazione di centinaia di detenuti 
nelle isole prigione dell’Asinara e Pianosa. 

Tuttigli italiani ricorderanno la spettacolare operazione 
militare dei trasferimento via aerea dei prigionieri 
siciliani, clabresi, pugliesi e campani. 

Spiegamento diforze senza precedenti con lo spreco, 
non si saprà mai, di quanti miliardi distolti dalle spese 
sociali e produttive, creando un polverone perdeviare 
l'attenzione delle masse da problemi ben più reali che 
si andavano propotentemente affacciando sulla scena 
politico giudiziaria della quale ne stimao vedendo un 
chiaro spaccato oggi giorno... 

Quello che poi hanno fatto ai prigionieri deportati 
all’arrivo all’Asinara e Pianosa una parte e storia 
conosciuta; l'altra verrà fuori quando finiranno i bollori 
del caos artificialmente creato e diffuso attraverso le 
veline dei mass-media compiacenti. 

Gli stessi Mass-media che oggi stanno macinando le 
mani pulite degli stessi Martelli. 

Anche a Voghera il decreto Martelli ha fatto le sue 
vittime però dobbimao precisare che non ci sono state 
violenza fisiche gratuite come nelle isole, in questo 
senso sono stati veramente soft... 

Come è stata preparata l’operazione politico militare 
per la contrriforma martelliana. 

T ra la primavera e l'estate del 1 992 c'è stata un lunga 
inchiesta amministrativa che ha portato alla sosti- 
tuzione di marescialli, tracui il comandante e il direttore. 
Già nel periodo inchiestalo, sicomincairono a verificare 
restringimenti di spazi di socialità senza che ci fosse 
stato alcun fatto particolare che lo potesse in qualche 
modo giustificare e ntanto meno leggittimare. 

Hanno iniziato dal campo sportivo alla scuola, dalla 
messaai colloqui, tutti spazi in cui ci si poteva incontrare 
ogni tanto tra prigionieri delle diverse sezioni speciali 
per svolgere le varie attività socialia/sportive ecc. 

Sui colloqui sono intervenuti togliendoci prima la 
possibilità di portare qualcosa di cibarie e bibite per 


spuntinare quando si facevano diverse ore e c’erano 
sopratutto dei bambini. 

Poi ci hanno tolto definitivamente la possibità di fare 
il colloquio nella saletta. 

Il tutto è avvenuto molto gradualmente e con “tatto”, 
per non farci molto male... 

Quando il 20 luglio è scattata l'operazione decreto 
articolo 41 bis, tutti questi spazi erano già stati ridotti. 
Ai primi prigionieri colpiti dal provvedimenti è stato 
tolto automaticamente tutto: area ridotta a un’ora al 
giorno, niente atrezzature per cucinarsi il cibo, niente 
socialità, niente scuola, niente attività sportive in 
comune, niente pacchi vivere dalla famiglia, niente 
corrispondenza al di fuori dei familiari; i colloqui di 
un’ora al mese, nessuna telefonata ai familiari. 
Insomma niente di niente di quello che avevano 
goduto fino al momento della notifica del decreto. 

Il padrone dei mondo avevadeciso l’annientamento di 
questi prigionieri preventivamente preselezionati con 
cura, non per quello che avevano fatto in carcere, 
bensì per quello che erano stati accusati di essere 
attraverso le veline, i confidenti, infami brezzolati di 
turno dei servizi! 

Il clima comunque era pesante più che altro da parte 
dellacustodiache aveva la consegna di essere pronta 
ad ogni evenienza in quanto si potevano verificare 
giuste e legittime lotte contro un vero e proprio abuso 
di potere poiché a una persona, seppure prigioniera, 
non gli può essere arbitrariamente, senza che abbia 
commesso infrazione al “regolamento”, tolto tutto 
dalla mattina allaserasolo perchè il Ministro è sofferente 
di protagonismo. E nemmeno perchè c'e stata la 
strage di stato che ha causato dei morti. Non era mica 
l'unica successa in Italia in questo quarantennio 
“repubblicano” rimasto senza colpevoli... stragi più 
consistenti persino. E questo non certo perchè 
mancavano i colpevoli! Ma tant’è! 

Col passare dei mesi la situazione è andata ri- 
definendosi meglio e le tensioni si sono distese una 
voltacheècominciata lasecondaondatadidifferenziati 
ai quali è stata applicata una forma di articolo 41 . bis 
per così dire "addolcita". 

Però ha voluto dire tanto in termini di vivibilità perchè 
potevano tenere il fornellino e qualche pentolino nel 
quale potersi riscaldare uan tazza di latte alla sera. 
Inoltre hanno dato la socialità per l'ora dei pasti. Per 
il resto è rimasto più o meno invariato. 

Nel frattempo, ci sono state le opere di ristrutturazione, 
ossia hanno diviso le sezioni speciali a metà e così 
sono diventate due sezioni di una decina di celle 
ciascuna. In poratica oggi nei carcere speciale di 
Voghera ci sono in totale 6 braccetti funzionanti 
autonomamente e a pieno ritmo. 

In una metàsezione i differenziati del41 .bis ennel'asltra 
i differenziati normali... di fatto braccettati entrambi i 
gruppi. 


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ecn milano 


Oltre a questo, i braccetti sono sicuramente fuori 
legge specialmente per quel che riguarda la parte 
interna della sezione in quanto mancanti difinestre per 
la presa d’aria. 

L’aria di fatto entra solo dalle finestre delle celle. Ma 
per i cosidetti ciò non è irregolare o illegittimo passabile 
di denuncia.. .0 comunque chiudono gli occhi, tanto la 
dea è bendata, non vede. 

Questi signori, CASTA PARTICOLARE E INESTIN- 
GUIBILE mentre non hanno problemi di sorta nello 
scoperchiare le pentole delle altre classi al potere in 
concorrenza, la partitocrazia corrotta italiana, fanno 
altrettanto bene il mestiere del coperchio ermetico, al 
pentolone in ebollizione della cattedrale della giustizia 
ossia tribunali e carceri. 

Nel carcere dove l’abuso di potere è la regola, dove la 
violazione delle loro stesse leggi è una normalitàè una 
normal ita ! T utto quanto riguarda ì principi fondarne ntall 
della giustizia ovvero equità ed eguaglianza, sono 
regolarmente violentati I Ma non solo il diritto è stato 
trasfromato in arma di ricatto o do baratto a seconda 
l’esigenza dei cosidetti amministratori e/o servitori 
dello stato come piace chiamarsi in segno dell'umiltà 
che dovrebbero rappresentare in pratica. 

Invece violentano tutti e tutto consapevoli dell' impunità 
in quanto il sistema che si sono dati li garantisce e, al 
di là della loro casta e/o consorteria che dir si voglia, 
non c’è altro giudice terreno. 

Forse, si sono autoconvinti che il loro è un dono “di- 
vino”, tanto è la presunzione che li distingue oltre alla 
mania di protagonismo. 

Di questo potere incontrollato, che hanno ottenuto dal 
potere politico corrotto, oggi se ne stanno accorgendo 
glistessipotentaticheavevanocontribuito asantificarli 
ed elevarli al cielo come angeli alati... 

E questo è certamente un benel 
E’ uno scontro che contribuisce a minare il sistema 
della borghesia imperialista alle fondamenta perfarlo 
scomparire. 

Al carcere di Voghera, in questi ultimi giorni, c’è stato 
un ulteriore ritocco dell’ingegneria carcararie alla 
struttura. Sitrattadi un acquario costruito pereffettuare 
i colloquio con i familiari. Acquari già sperimentati da 
altre parti per casi “eccezzionali”. Mentre qui invece è 
diventata la regola. 

E’ stato ideato s’è detto "per sopperire alla carenza di 
posti colloquio. Ovvero perinclinare alle complicazioni 
artificialmente create dal moltiplicarsi dei braccetti e ai 
divieto d'incontro tra detenuti che, nei fatti, non vi è 
alcuna incompatibilità visto che fino al giorno prima 
dell’applicazione dell’articolo 41 bis stavano assieme. 
Ma I “culi di pietra” sono stati inventati apposta per 
complicare la vita già complicata di per sè. 

E allora che è successo? E' successo che hanno 
creato i problemi dei posti. Se nella sala colloquio vi 
era dentro un detenuto di diversa sezione, queiraltro 


doveva attendere fino a quando non finiva il primo, 
così i familiari del secondo dovevano aspettare ore 
fuori dalla porta per il comodo della direzione. 

Perciò giustamente protestammo e, la risposta non si 
è fatta attendere. 

Il tempo strettamente necessario per la progettazione 
e l'appalto ed ecccoci accontentati. 

Adesso nella sala colloqui c’è un posto privato a 
detenuto da una parte e dall’altra un altro corrispon- 
dente per i familiari che vengono stipati in cabina e 
chiusi a chiave. Al fianco ci può stare anche il peggiore 
nemico che non succede nulla. 

Al massimo si possono fare le linguaccie... 

Se lo raccontiamo al manicomio, non ci credono mica 
i malati che hanno tutta questa fantasia, i nostri, 
eppure la classe dei carcerieri sta raggiungendo vette 
incredibili di garantismo che esaltano il sacrosanto 
diritto della democrazia e della libertà, per loro si 
intende! Infatti, fa parte del disperato tentativo di 
salvarequestosistemacorrottodipoterechegarantisce 
loro ongi lussol li terrorismo di stato in atto. 

Siamo convinti che anche questi acquari siano fuori 
legge, ma siamo altrettanto certi che nessun ma- 
gistrato, P.M.e/osorvegliante, farà demolire l’inumana 
opera. 

Ancora qualche giorno fa, i compagni sottoposti 
all'atricolo 41 .bis, sono stati gentilmente avvisati dal 
direttore del carcere, che era giunta la disposizione 
ministeriale perlareinsallazione deifamosi vetri divisori 
ai colloqui. 

Pare che verranno messi subito dopo pasqua. Non si 
capisce perchè questa dilazione, fatto sta che 
Pimbarbarimentodellecontraddizioni politiche e sociali 
si stanno riflettendo dentro in tutta la loro forza. 
Riguardo ai colloqui significa che i rapporti affettivi con 
i familiari passeranno attraverso il filtro del citofono- 
spia, per cui tutto verrà registrato... afutura memoria! 
NOn che nonio fosse anche prima... Questa delle 
“micro" e "macro" spie è di casa in tutti I ppunti di 
socialità tra i prigionieri e, non solo, visto che trova 
largo uso leggittimo anche fuori, anzi, sopratutto tuo ri! 
Riguardo a questa ulteriore pensata si credeva che 
fosse un residuo del magazzino martelliano ed èfacile 
che sia vero. 

Però le ultimissime dichiarazioni del neoministro 
giurista garantista Conso non sono tanto liberarie... 
Se le cuciamo assieme a quelle di Mancino faremo un 
programmino per il futuro niente male... Sranno già in 
parecchi a “dormire fuori casa" in questo particolare 
periodo. 

T utto questo, è bene precisarlo, perquello che riguardo 
il carcere di Voghera è avvenuto senza che sia 
successo nulla che potesse convalidare la stretta 
repressiva, perciò non è altro che il frutto della 
contraddizione politica a livello di potere che sta 
esplondendo; percui il gioco è preparato in prevenzione 


50 


Speciale Carcere 



ecn milano 


diquellasvoltaorganizzatadallacorporazionegiudicale 
per liquidare il residuo del sistema cosidetto 
assistenzialista che ha governato la fase transitoria 
del poi-fascismo che, di fatto, doveva servire per 
liquidare lastoriadella Resistenza italiana ed europea. 
Liquidazione che è stata possibile grazie ai rinnegati 
revisionisti che hanno svolto un ruolo fondamentale 
per disgregare le forze operaie e antagoniste al 
sistema capitalistico. 

Ma nonstante tutto, la storia, da qui in avanti, resta 
tuttadascriveree.nonsarannocerto lacasta giudicale, 
i lorosrvizi e guardispalla, potentati politici ew le lobbie 
economiche che li mandano allo scoperto, che ne 
curano la regia, a farlo. 

T utt’altrol 'Tonda d’urto" della cosiddetta “ caduta del 
muro di beriino” spazzerà via anche i più accaniti, 
velenosi restauratori imperialisti appassionati che si 
stanno dedicando all’opera.Gli sbandieratori del 
famigerato “nuovo ordine mondiale” che vogliono 
imporre con la solita persuasione del piombo e del 
napalm dalla Palestina all'irak, dalla Somalia alla 
Yugoslavia, dalla russia all'America latina, dal Centro 
Africa all’Estremo Oriente, troverà lo scudo 
indistruttibile dei popoli che rispediranno al mittente 
l”'ordine imperialista” di annientare miliardi di esseri 
umani diseredati allo scopo indegno di garantirsi loro 
un posto al sole nei “paradisi dorati" oltre il 2000. 
Tutto ciò, appunto, dovrà fare i conti con la Storia! 


CONTRO LA RESTAURAZIONE 
ISTITUZIONALE DEL NAZI-FASCISMO 
CHE STA PASSANDO DIETRO IL 
CARTELLO DI “NUOVO ORDINE 
MONDIALE”, ORGANIZZARE L’UNITA’ 
DEL PROLETARIATO PER PORTARE 
L’ATTACCO AL CUORE 
DELL’IMPERIALISMO! 

- SONO VICINO Al GLORIOSI BAMBINI 
PALESTINESI DELL'INTIFADA CHE SONO 
ESEMPIO DI RESISTENZA E COMBATTENTI 
PER LA LIBERTA’, SIMBOLO DELL’ATROCITÀ' 
IMPERIALISTA E TESTIMONI EPOCALI DEL 
GENOCIDIO SIONISTA SOTTO I RIFLETTORI 
DEI MEDIA INVIATI SPECIALI DEL CAPITALE 
OCCIDENTALE RESPONSABILE 
POLITICAMENTE MORALMENTE E 
MATERIALMENTE DEL MASSACRO DEL 
POPOLO DELLA PALESTINA! 

- SONO SOLIDALE CON I DEPORTATI DAI 
TERRITORI OCCUPATI CON I PRIGIONIERI 
PALESTINESI TORTURATI NEI LAGER SIONISTI 


E CON TUTTI I COMBATTENTI PER LA 
LIBERAZIONE DAI DOMINI COLONIALI NEO- 
COLONIALI E IMPERIALISTI DEL PIANETA 
TERRA! 

- ONORE RISPETTO E GLORIA PER I BAMBINI 
MARTIRI DEL SIONISMO IN PALESTINA E PER 
TUTTI I CADUTI COMBATTENDO L’ARROGANZA 
DELLA BORGHESIA CAPITALISTA E 
L’IMPERIALISMO CHE STA PORTANDO 
ALL'ABBRUTIMENTO TOTALE DEL GENERE 
UMANO E ALLA DISTRUZIONE DEL SISTEMA 
ECOLOGICO AMBIENTALE TRAMITE LA 
DIFFUSIONE DELLE SUE SCORIE E VELENOSE 
IMMONDIZIE! 

- CONTRO LE TRUFFE ELETTORALI E 
REFERENDARIE CON LE QUALI SI VOGLIONO 
RICICLARE I LADRI DI STATO DELLA 
PARTITOCRAZIA BORGHESE MESSA A NUDO 
DALL'ESPLOSIONE DELLA COSIDETTA 
"TANGENTOPOLI” VERA E PROPRIA RAPINA DI 
UNA ASSOCIAZIONE POLITICO-MAFIOSA 
OVVERO LA MAFIA PER ECCELLENZA! 

- CONTRO LE CARCERI SPECIALI E NON PER 
ABOLIRE L’ART. 41 BIS LA STRATEGIA DELLA 
DIFFERENZIAZIONE L’ANNIENTAMENTO DEI 
PROLETARI PRIGIONIERI ANTAGONISTI! 

- CONTRO LA DEPORTAZIONE DEI 
PRIGIONIERI SARDI PER IL RIMPATRIO IN 
SARDEGNA! 

- PER COSTRUIRE UN MONDO LIBERATO DAL 
SISTEMA DI PRODUZIONE CAPITALISTA CHE 
HA PRODOTTO L’IMPERIALISMO DELLE 
GALERE DELLE GUERRE DELLA FAME PER 
COSTRUIRE UN MONDO LIBERATO DAI 
PADRONI SENZA SFRUTTATORI NE' SFRUTTATI 
SENZA SCHIAVI! 

LOTTIAMO INSIEME! 

COSTANTINO PIRISI 


CARCERE SPECIALE DI VOGHERA 
DOCUMENTO ALLEGATO AGLI ATTI DEL 
PROCESSO NELLA PRETURA DI ASCOLI 
PICENO IL 30 MARZO 1993 


(ribattuto dal 
Collettivo ControSbarre - Milano) 


Maggio 1993 


51 



ECIM MILANO Rete Telematica Antagonista 

Modem 02 2840243 - 24 h/Day 2400 MNP5 


Centro Sociale LEONCAVALLO 

Via Leoncavallo, 22-20131 MILANO 
Telefono/Fax 02 26 1 40287 
Casella Postale n. 1 705 1 

Radio ONDA DIRETTA 

Fm 9 1 .300 - Telefono 0337 328455 

Conto Corrente Postale 

n. 223 1 1 203 intestato a 

"Associazione delle mamme del Leoncavallo 

per i centri sociali autogestiti" 



f.i.p. MI Leoncavallo 22 - 28 maggio 1993